L’attacco al consolato iraniano a Damasco e i possibili scenari della risposta di Tehran

Iran Consolato Damasco

Il 1° aprile è stato distrutto da un missile il consolato e la residenza dell’ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran a Damasco, provocando la morte di diverse persone, tra le quali il generale dell’IRGC Mohammad Reza Zahedi e altri alti ufficiali della rete di operazioni in Siria dei Pasdaran. L’attacco, sebbene non rivendicato, è stato immediatamente attribuito alle forze israeliane, aprendo alla concreta possibilità di una risposta iraniana che potrebbe elevare notevolmente il livello dell’escalation regionale.

Scenario e possibili conseguenze

Il generale Mohammad Reza Zahedi era il comandante delle forze dell’IRGC in Siria e al momento dell’attacco si trovava nei locali del consolato iraniano a Damasco insieme al suo vice Mohammad Hadi Haji Rahilmi e altre cinque persone, tra ufficiali dei Pasdaran del comando siriano e esponenti delle alleanze regionali. Il generale Zahedi aveva servito per gli ultimi sette anni tra Siria e Libano, assumendo l’incarico di coordinatore delle operazioni nei due paesi e diventando un interlocutore diretto tanto del presidente Bashar al-Asad quanto del segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah.

Israele, come da prassi, non ha né confermato né smentito la responsabilità dell’attacco, sebbene poco dopo il portavoce delle forze armate, l’ammiraglio Daniel Hagari, abbia descritto l’edificio come una struttura militare, sostenendo che chiunque avesse colpito il consolato aveva il diritto di farlo.

L’operazione si inserisce nel solco di una crescente tensione tra Iran e Israele, entrato dopo lo scorso 7 ottobre in una fase particolarmente intensa con operazioni che le forze di Tel Aviv hanno condotto a più riprese in territorio siriano e libanese, colpendo tanto obiettivi connessi ad Hezbollah quanto all’IRGC. Solo lo scorso 25 dicembre era stato ucciso a Damasco il generale Sayyed Razi Mousavi, alto ufficiale dei Pasdaran e già stretto collaboratore del generale Qassem Soleimani, a sua volta ucciso a Bagdad nel gennaio del 2020.

Lo scorso 29 gennaio un’incursione dell’aviazione israeliana aveva colpito invece l’aeroporto di Aleppo, distruggendo alcune infrastrutture attribuite all’IRGC e uccidendo sette militari iraniani, mentre numerose incursioni aeree hanno a più riprese preso di mira la catena logistica dei Pasdaran tanto in Siria quanto in Libano, provocando gravi danni alla capacità di Tehran di assicurare soprattutto i rifornimenti di armi ai propri alleati regionali.

La risposta iraniana a questa lunga catena di attacchi mirati è stata sinora alquanto blanda, nell’intento di Tehran di mantenere il profilo della conflittualità all’interno della sola Gaza pur con l’obiettivo di incrementare enormemente la pressione militare indiretta su Israele. Il vertice politico di prima generazione della Repubblica Islamica ha più volte manifestato il proprio interesse verso un contenimento della crisi entro la dimensione attuale, volendo intenzionalmente evitare un’escalation regionale capace potenzialmente di spingere la linea del fronte fino ai confini dell’Iran.

Due elementi di novità caratterizzano tuttavia l’attuale dimensione della crisi. Il primo è dato dal ben più radicale contesto politico iraniano emerso in seguito alle elezioni parlamentari dello scorso 1° marzo, che ha portato le frange ultra-conservatrici dei Paydari a conquistare la maggioranza dei seggi nel Majlis. Il secondo è la portata dell’attacco israeliano, che, colpendo una sede diplomatica, ha superato quella linea rossa che Tehran interpreta come un attacco diretto contro il paese.

Appare alquanto paradossale che sia proprio l’Iran a denunciare la gravità di un attacco contro una sede diplomatica, dati i trascorsi dell’occupazione dell’ambasciata USA a Tehran nel 1979 e l’assalto e la distruzione dell’ambasciata Saudita in Iran nel 2016, senza tuttavia per questo diminuire la gravità dell’attacco condotto da Israele.

La Guida Suprema ha affermato poco l’attacco che la risposta iraniana sarà dura, senza tuttavia aggiungere alcun dettaglio nel merito della possibile – e alquanto probabile – ritorsione. Il ministro degli Esteri Amirabdollahian ha invece lanciato accuse anche contro gli Stati Uniti, ritenendoli corresponsabili dell’attacco in virtù dello stretto legame di cooperazione politica e militare con Israele.

Appare altamente probabile, in tal modo, che l’applicazione del concetto di “pazienza strategica” che sino ad ora ha caratterizzato la posizione del vertice di prima generazione dell’Iran venga meno, optando al contrario per una palese risposta atta a colpire Israele in modo proporzionale rispetto alla percezione di quanto accaduto a Damasco.

Nel merito di quale risposta l’Iran possa effettivamente adottare, tuttavia, più complessa è la determinazione delle possibili opzioni. Un attacco diretto dal territorio iraniano verso Israele significa per Tehran alterare definitivamente il precario equilibrio attuale, provocando con ogni probabilità una altrettanto diretta risposta israeliana sul territorio iraniano, impiegando il potenziale ancora pressoché inespresso delle forze aeree e missilistiche. Una minaccia di grave portata per Tehran, che potrebbe comportare un pesante contraccolpo anche sul piano sociale, dove le istanze critiche della popolazione sono sopite ma non certo terminate. Non mancherebbe un precedente in questo senso, come nel caso dell’attacco missilistico diretto dal territorio iraniano del 2020 contro una base americana in Iraq, sebbene nell’ambito di un contesto molto differente sul piano degli equilibri regionali.

Più probabile, quindi, sembrerebbe apparire la possibilità ancora una volta di una risposta asimmetrica, che tuttavia si presenta complessa nel calcolo iraniano in quanto non priva di altrettanti elevati rischi. Un’azione condotta da Hezbollah porterebbe quasi certamente all’emergere di un conflitto capace di interessare l’intero Libano, con conseguenze anche in questo caso potenzialmente gravi per Hezbollah, tanto sul piano militare quanto anche in questo caso sul piano degli equilibri politici e sociali locali. Incisiva, ma certamente più gestibile sul piano politico, potrebbe invece rivelarsi la conduzione di attacchi terroristici su larga scala sul territorio israeliano ad opera di cellule di Hamas e della Jihad Islamica, che ricondurrebbero in parte le responsabilità anche sul concomitante conflitto a Gaza. Non da escludersi, infine, la possibilità di una ritorsione simmetrica contro una sede diplomatica israeliana all’estero, che, tuttavia, potrebbe alterare significativamente le relazioni diplomatiche dell’Iran con il paese interessato, aprendo quindi all’ipotesi di paesi meno significativi per la politica estera e regionale dell’Iran.

Ulteriore elemento di interesse, infine, è quello del dibattito strategico in seno al contesto politico iraniano, dove gli esponenti di seconda generazione e soprattutto quelli più vicini alla componente militare dell’IRGC ritengono ormai del tutto inefficace e inutile l’adozione della strategia conosciuta come “pazienza strategica”, ritenendo di non aver ormai più nulla da perdere nel rapporto con gli Stati Uniti e con l’Europa. La paralisi del dialogo sul JCPOA, il perdurare delle sanzioni e dell’isolamento internazionale hanno determinato una netta posizione critica nei confronti del sistema occidentale, con spinte sempre più pressanti sul vertice politico di prima generazione per l’adozione di una postura più assertiva nei confronti di Israele e dei suoi alleati, unitamente alla ricerca di un consolidamento del rapporto con la Cina e la Russia.

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