La vittoria di Faye alle elezioni presidenziali del Senegal e la portata del possibile cambiamento politico

Faye

La crisi politica senegalese, determinata dal tentativo dell’ex presidente Macky Sall di posticipare le elezioni presidenziali rispetto alla data originariamente prevista, sembra essere stata risolta dall’intervento della Corte Suprema e dalle elezioni poi regolarmente tenutesi lo scorso 24 marzo, che in modo inaspettato hanno sancito la vittoria di Bassirou Diomaye Faye. Un risultato importante, che ha portato ad una svolta epocale nella politica del paese, ma che non è priva di incognite e possibili ostacoli.

Dall’esclusione di Ousmane Sonko alla candidatura di Faye

Nato nel 1980 a Ndiaganiao, un piccolo centro abitato del dipartimento di M’Bour, Faye è il più giovane presidente del continente africano, che proviene tuttavia da una famiglia molto nota nell’ambito della politica senegalese. Il nonno del presidente fu un celebre capovillaggio, che combatté nel corso della Seconda Guerra Mondiale in seno alle truppe coloniali francesi, dedicandosi al suo ritorno in Senegal alla promozione dei diritti della società, venendo poi arrestato dalle autorità di Parigi. Il padre, Samba Faye, è stato un esponente di spicco del Partito Socialista Senegalese, nell’ambito del quale il giovane presidente ha mosso i primi passi della sua attività politica, perfezionando poi i suoi studi in Senegal e in Francia e transitando successivamente nell’amministrazione fiscale del paese[1].

Fu nel corso del periodo universitario che Faye conobbe Ousmane Sonko, il popolare candidato di opposizione che ha guidato la campagna politica contro il presidente Macky Sall e che è stato il fondatore nel 2014 del partito Patrioti Africani del Senegal per il Lavoro, l’Etica e la Fraternità (PASTEF), poi dissolto dalle autorità nel 2023 con l’accusa di incitamento insurrezionale. Ousmane Sonko, candidatosi alle elezioni presidenziali del 2019 – dove si collocò al terzo posto per numero di voti – è probabilmente la principale figura di riferimento delle forze di opposizione politica nel paese, e per questa ragione è stato coinvolto in una controversa accusa di violenza sessuale che lo ha portato in carcere nel 2021 una prima volta e poi nuovamente nel 2023, con il chiaro intento di impedirgli qualsiasi iniziativa politica.

Anche Faye era stato arrestato nell’aprile del 2023, con l’accusa di oltraggio alla Corte e diffamazione nei confronti della magistratura – accuse che aveva sempre negato – nell’ambito di inchieste che il governo di Macky Sall aveva cercato di sostenere con il chiaro intento di impedire alle principali forze di opposizione di affermarsi alle elezioni dell’anno successivo[2].

L’arresto di Sonko, il 28 luglio del 2023, portò dopo pochi giorni allo scioglimento d’autorità del PASTEF, generando intense proteste in tutto il paese, che il governo dell’ex presidente Macky Sall ritenne possibile gestire con la fermezza e attraverso il tentativo di manipolare il calendario elettorale, aggravando ulteriormente l’instabilità politica del paese e generando un processo di crisi poi fortunatamente rientrato grazie soprattutto all’intervento della Corte Suprema[3].

Durante l’ultimo periodo di detenzione di Sonko, quando ancora era pendente il giudizio relativo alla sua eleggibilità nell’ambito delle elezioni presidenziali, il PASTEF, pur ufficialmente dissolto come partito, decise di nominare Faye come candidato ufficiale, in qualità di indipendente. Sebbene Faye si trovasse ancora agli arresti, nessuna delle accuse contro di lui era stata formalizzata, risultando in tal modo ancora idoneo per concorrere alle elezioni, a differenza di Sonko.

Macky Sall comprese al tempo stesso che il tentativo di forzare la mano sul processo elettorale e con gli arresti degli oppositori era ormai pienamente fallito e, nel tentativo di evitare futuri procedimenti giudiziari, cercò di promuovere una politica di apertura e distensione anche attraverso un’amnistia che portò alla scarcerazione di Faye e Sonko il 14 marzo[4].

All’atto della scarcerazione è stata anche confermata la convalida della candidatura di Faye, che poco dopo ha ricevuto il pieno sostegno tanto da parte di Sonko che dell’ex presidente Abdoulaye Wade, incrementando in tal modo largamente la possibile base elettorale.

La principale difficoltà che Faye si è trovato a dover gestire, tuttavia, è stata quella di dover condurre una campagna elettorale di brevissima durata, essendo stato scarcerato esattamente dieci prima delle elezioni, con l’evidente impossibilità di organizzare eventi di promozione del programma al di fuori della capitale e di alcune principali città. Un ostacolo che non ha tuttavia penalizzato Faye, che si è imposto nei risultati elettorali sin dalle prime fasi dello spoglio dei voti.

La vittoria di Faye e il suo programma politico

Le elezioni presidenziali del 24 marzo erano state considerate dalla stampa un importante banco di prova per la politica senegalese, e ben pochi sondaggi attribuivano ai diversi candidati la possibilità di affermarsi al primo turno, prefigurando al contrario la certezza di un ballottaggio quantomeno con il candidato di governo Amadou Ba. Al contrario, a dispetto della previsione di un risultato entro il termine di una settimana dall’inizio dello spoglio, è quasi subito emerso un netto vantaggio di Faye su tutti gli altri concorrenti, portando alla conferma della sua vittoria ben prima della chiusura ufficiale dei conteggi.

Il risultato finale ha confermato che Faye ha ottenuto il 54% delle preferenze, affermandosi per la prima volta nel paese al primo turno elettorale, con un risultato che ha sorpreso l’opinione pubblica senegalese nonostante l’ampia popolarità conquistata da Faye soprattutto in conseguenza del pretestuoso arresto di quasi un anno prima.

L’affermazione alle elezioni è stata accompagnata da toni mediamente entusiastici dalla stampa africana, che sembra attribuire alla vittoria del nuovo presidente un carattere di eccezionalità e l’inizio di un possibile nuovo corso della democrazia africana. La percezione generale è quella di una vittoria che ha scardinato in modo radicale i canoni della politica continentale, permettendo l’affrancamento da un governo impopolare attraverso la conduzione di una politica coerente, onesta e ostinata, che ha saputo sconfiggere anche i più biechi quanto tradizionali stratagemmi dei sistemi autoritari per impedire l’affermazione dei candidati di opposizione, sfidando arresti, repressione e ostruzionismo attraverso la coerenza e il coraggio. Un modello che, secondo buona parte dei commentatori regionali, potrebbe aprire idealmente la strada ad un nuovo corso della politica africana, fungendo da modello ispiratore per le nuove generazioni e permettendo una progressiva espansione dei principi democratici[5].

Il principale risultato ottenuto attraverso la vittoria di Faye, almeno in termini generali, è quello dell’affermazione del predominio dei principi democratici, che hanno pacificamente quanto ostinatamente prevalso sul tentativo dell’ex presidente Macky Sall di perpetuare una concezione personalistica e arbitraria dell’esercizio del potere politico. Un risultato senza dubbio straordinario, che deve tuttavia trovare adesso una sua strutturazione attraverso la definizione di un piano di gestione politica ed economica adeguato, capace di rispondere alle molte e impellenti domande della società senegalese.

Un fattore altrettanto importante è quello connesso alla percezione della vittoria di Faye da parte della comunità internazionale e degli europei in particolar modo, e, di conseguenza, nella disponibilità di cooperazione che le principali capitali europee mostreranno nei confronti di Dakar. Un aspetto fortemente trascurato nell’analisi della recente affermazione elettorale di Faye, infatti, è quello del suo programma politico, che non risparmia critiche al rapporto con l’Europa, e alla Francia in particolare, e sul quale sarà necessario un importante sforzo per costruire un rapporto di nuova concezione con il paese.

Faye ha dichiarato apertamente di voler promuovere un modello nuovo di democrazia, attraverso il ricorso a molti dei valori che caratterizzarono il panafricanismo, delineando in tal modo una strategia politica costruita sulla volontà di affrancare il paese dalle dinamiche relazionali che lo hanno per lungo tempo legato soprattutto alla Francia. Particolarmente incisiva in tal senso è stata la narrativa elettorale di Faye, dove ha duramente criticato il ruolo della Francia accusandola di imporre élite politiche funzionali al perseguimento degli interessi neocoloniali di Parigi, lodando invece paesi come la Germania, l’Italia e la Spagna che non interferiscono in alcun modo sul piano della politica africana. La Francia è stata apertamente accusata di ipocrisia nell’applicazione di doppi standard nel rispetto dei valori democratici e delle libertà, perseguendo esclusivamente i propri interessi economici di sfruttamento[6].

Nell’ambito di tale posizione, Faye intende emancipare il paese rispetto al sistema valutario del CFA francese, promuovendo una riforma valutaria su scala regionale, capace di restituire capacità di programmazione finanziaria autonoma al Senegal, riorganizzando al tempo stesso il sistema industriale del paese e potenziando i progetti del settore energetico. Obiettivo primario è tuttavia anche quello di combattere la dilagante corruzione che da decenni affligge il sistema politico ed economico, spiralizzando al basso le capacità di sviluppo e concentrando sotto il controllo di pochi apparati di potere l’effettivo esercizio dei poteri di programmazione dell’economia[7].

Parallelamente, Faye intende promuovere una profonda rivisitazione degli equilibri istituzionali, creando un sistema di contrappesi che riduca il margine di autonomia decisionale del presidente e rafforzi al contrario quello dell’esecutivo e del parlamento. Particolarmente significativa, infine, è stata la volontà subito dopo la vittoria elettorale di nominare Osumane Sonko alla carica di primo ministro, tributando in tal modo al suo mentore e storico candidato principale dell’opposizione quello che ha ritenuto essere il giusto riconoscimento per l’impegno politico che ha portato alla prospettiva di una reale trasformazione del paese[8].

Il voto dello scorso 24 marzo si configura in tal modo come l’espressione di una poderosa volontà di dimostrare un chiaro e deciso sentimento anti-sistema, che per consolidarsi necessita tuttavia di una concreta capacità di sostegno tanto sul piano nazionale quanto su quello internazionale. L’apparato di potere che per 12 anni ha sostenuto l’ex presidente Macky Sall è stato infatti sconfitto al voto ma non nella sua pervicace capacità di controllo dell’apparato istituzionale ed economico del paese, che richiederà tempo per poter essere trasformato e reso funzionale alle ambizioni di riforma del nuovo governo.

SCENARIO

La vittoria di Bassirou Diomaye Faye alle elezioni presidenziali del Senegal rappresenta indubbiamente un evento epocale, per il paese e per l’intera Africa Occidentale. Sebbene sia prematuro poter formulare considerazioni nel merito delle reali possibilità del nuovo presidente di imprimere un nuovo corso alla politica interna, estera ed economica, stanti le molte e incerte variabili che continuano a caratterizzare lo scenario politico locale, il voto ha tuttavia al tempo stesso dimostrato una chiara volontà popolare di interrompere le dinamiche di un sistema politico ormai considerato oppressivo, corrotto e profondamente anti-democratico.

Il nuovo corso della politica senegalese mostra sin d’ora con chiarezza quali saranno – almeno nelle intenzioni – le priorità di interesse nazionale del paese, configurando una profonda riconfigurazione soprattutto del rapporto con la Francia. Elemento di non trascurabile interesse, che potrebbe portare ad un immediato quanto rischioso irrigidimento soprattutto delle dinamiche di politica estera. Il rischio di una palese azione ostruttiva da parte della Francia deve essere scongiurato sul piano della politica europea, anche e soprattutto per impedire la costrizione degli spazi di manovra del governo senegalese e la possibile apertura verso un più intenso rapporto con la Cina e la Russia. Al contrario, sostenere il Senegal potrebbe facilitare in parte la soluzione dei rapporti con le giunte militari del Mali, del Niger e del Burkina Faso, riequilibrando in parte la dimensione regionale delle relazioni tra l’Europa e l’Africa Occidentale.

La priorità dei paesi occidentali, quindi, dovrebbe essere quella di sostenere il nuovo corso della politica senegalese attraverso l’adozione di un modello relazionale nuovo, che al tempo stesso consenta di consolidare i principi democratici che hanno permesso l’affermazione elettorale di Faye e di vincolare il nuovo presidente al pieno e puntuale rispetto di quanto sostenuto nel corso della campagna elettorale e della breve ma intensa avventura politica del PASTEF, impedendo qualsiasi ipotesi di radicalizzazione verso le posizioni più estreme del panafricanismo.


[1] MACLEAN, Ruth, “From village to prison to Africa’s youngest elected president”, in The New York Times, 28 marzo 2024

[2] KANA, Lauriane Vofo, “Diomaye Faye: Senegal’s tax inspector and former inmate headed for the presidential palace”, in Africa News, 1° aprile 2024

[3] MACLEAN, Ruth, “Senegal must hold election after all, top Court rules”, in The New York Times, 15 febbraio 2024

[4] FELIX, Bate e DIONE, Ngouda, “Thousands celebrate release of jailed Senegal opposition leaders”, in Reuters, 15 marzo 2024

[5] MBULLE-NZIEGE, Leonard e CHEESEMAN, Nic, “Bassirou Diomaye Faye: Senegal election offers hope to frustrated young Africans”, in BBC, 2 aprile 2024

[6] https://www.youtube.com/watch?v=AEJQif_w1-g

[7] DIONE, Babacar e THOMPSON, Jack, “Senegal’s president-elect pledges to fight corruption after a stunning victory for the 44-year-old”, in Associated Press, 26 marzo 2024

[8] “Senegal’s Faye appoints ally Ousmane Sonko as prime minister”, in Al Jazeera, 3 aprile 2024

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