La visita del presidente al-Sudani a Washington e il complesso rilancio delle relazioni bilaterali tra Iraq e USA

U.s. President Joe Biden Meets With Iraqi Prime Minister Mohammed Shia Al Sudani At The White House In Washington

Il 15 aprile il primo ministro iracheno Mohammed Shia al-Sudani si è recato in visita negli Stati Uniti per incontrare il presidente Joe Biden, in una complessa missione per la gestione dei rapporti con gli Stati Uniti in una fase di particolare tensione in Medio Oriente che interessa in modo diretto l’Iraq.

La visita di al-Sudani negli USA coincide con un’escalation regionale caratterizzata dalle crescenti tensioni tra Iran e Israele e dalla contestuale accresciuta assertività di alcune milizie filo-iraniane, che in modo sempre più palese dimostrano la propria autonomia dal governo iracheno e pongono per il primo ministro l’urgente necessità di definire un quadro relazionale con Washington che impedisca al paese di scivolare in una nuova e imprevedibile fase di tensione interna.

I principali temi di discussione con il presidente Joe Biden e il Segretario di Stato Antony Blinken sono stati quelli dell’attivazione dell’accordo sul quadro strategico bilaterale, già firmato da entrambi i paesi, la stabilità regionale e gli accordi economici in diversi settori, sebbene il vero convitato di pietra dell’incontro sia stato il tema relativo alla continuità della presenza militare americana nel paese[1].

Il presidente Joe Biden ha affermato nel corso dei colloqui come le priorità degli Stati Uniti in questa fase di crisi siano rappresentate dalla sicurezza di Israele e dalla necessità di definire un accordo per il cessate il fuoco a Gaza e favorire la liberazione degli ostaggi, intendendo sostenere qualsiasi opzione negoziale per impedire che l’attuale fase di crisi possa evolvere in direzione di una più vasta escalation su scala regionale.

Un chiaro riferimento, quello di Biden, ai timori connessi al sempre più accentuato attivismo da parte di alcune milizie che compongono la Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), al tempo stesso autonome e parte delle forze armate irachene, che in più occasioni hanno sostenuto l’iniziativa dell’Iran e condotto attacchi diretti contro il territorio israeliano e contro le truppe USA di stanza nel paese. Un ruolo che l’amministrazione USA condanna con fermezza e che imbarazza lo stesso al-Sudani, nell’evidente scomoda posizione di un primo ministro che non dispone dell’effettiva capacità di controllo sul complesso quanto eterogeneo apparato della sicurezza nazionale.

Il primo ministro iracheno ha voluto tuttavia trasformare l’incontro con il presidente degli Stati Uniti in un’occasione di rilancio delle relazioni bilaterali, annunciando l’intenzione del governo di Bagdad di transitare dalla fase di cooperazione militare in direzione di una piena partnership politica ed economica con Washington, enfatizzando la portata dei possibili accordi in diversi settori dell’industria e del commercio ma al tempo stesso lasciando intuire la volontà di ridurre drasticamente la presenza militare statunitense nel paese. Al-Sudani non ha mancato di rimarcare come anche per il suo paese e l’intera regione la questione del conflitto a Gaza rappresenti una concreta preoccupazione, insistendo sulla necessità di esercitare da parte degli Stati Uniti una forte e decisa pressione sul governo israeliano per moderare la portata della risposta militare contro Hamas e salvaguardare l’incolumità della popolazione civile palestinese[2].

Più caute sono invece apparse le rispettive posizioni nel merito della riduzione della presenza militare americana nel paese e l’avvio del processo di rimpatrio dei circa 2.500 soldati USA presenti in Iraq, in virtù di una formale richiesta da parte del governo di Bagdad nel 2016 per contrastare la minaccia posta dal ruolo dello Stato Islamico. Fortemente ridottasi l’emergenza connessa alla minaccia dell’ISIS, il governo statunitense e quello iracheno hanno affermato di voler valutare congiuntamente la situazione e stabilire come e se la presenza militare di Washington abbia ancora ragion d’essere. Una formula pragmatica per evidenziare il problema secondo le rispettive posizioni, che tuttavia entrambi sembrano voler traslare a livello tecnico nei colloqui tra i rispettivi ministeri della Difesa, per non compromettere il generale quadro di soddisfazione emerso nel corso della visita di al-Sudani a Washington[3].

Lo scorso gennaio il governo iracheno e quello statunitense hanno avviato formalmente i colloqui per la valutazione del ritiro dei militari, facendo emergere ben presto la discrepante posizione dei due paesi. Il governo iracheno è indubbiamente in una posizione tanto complessa quanto delicata, venendo sollecitato da più parti del sistema politico locale per esigere il termine della presenza americana – condividendo in larga misura tali richieste – pur temendo al tempo stesso che con l’uscita dei militari USA venga anche a ridursi la capacità politica di Washington, ad esclusivo vantaggio dell’Iran e delle numerose milizie legate a Tehran,  notoriamente subordinate ad un maggiore coordinamento con questa rispetto alle istituzioni irachene.

Per gli Stati Uniti invece, come emerso anche in sede di colloquio tra al-Sudani e Biden a Washington lo scorso 15 aprile, l’uscita dal paese non può essere effettuata in quadro nel quale l’Iran possa di fatto esercitare il sopravvento sulle istituzioni irachene, favorendo un drastico mutamento di indirizzo che potrebbe incrementare il rischio per Israele, l’espansione del ruolo dell’Iran nella regione e, potenzialmente, riverberarsi sul piano interno in una crisi capace di alterare i complessi equilibri con le amministrazioni curde del nord. La riduzione del proprio contingente militare deve quindi inserirsi nelle prerogative di Washington nel quadro di una stabilità complessiva della politica irachena che offra garanzie di autonomia e continuità, capaci di rafforzare l’indipendenza delle istituzioni rispetto all’Iran soprattutto impedendo a questo di esercitare una capacità coercitiva attraverso il ruolo delle numerose milizie alleate che compongono il contesto delle PMF.

Quale possibile evoluzione del rapporto tra Iraq e USA?

La visita del primo ministro al-Sudani a Washington, nonostante le evidenti difficoltà sul piano bilaterale, ha evidenziato la chiara intenzione del governo iracheno di rafforzare e al tempo stesso trasformare la propria relazione con gli Stati Uniti. Un compito non facile per il primo ministro, eletto grazie al sostegno di un’ampia coalizione dominata da forze storicamente molto vicine alla Repubblica Islamica dell’Iran, che hanno raggiunto un compromesso politico per uscire dall’impasse della crisi istituzionale del 2022 ma che in larga misura non intendono rinunciare al rafforzamento del legame con Tehran anche a sacrificio dell’autonomia politica nazionale.

Il primo ministro al-Sudani, al contrario, rappresenta quelle posizioni che auspicherebbero un rafforzamento della centralità politica irachena, mantenendo un profilo di equidistanza rispetto all’Iran e agli Stati Uniti, pur senza sacrificarne il sostegno e i benefici che ne derivano, soprattutto in questa fase caratterizzata dalla necessità di un rilancio dell’economia.

Una posizione complessa, costantemente messa in pericolo dal crescente clima di instabilità regionale che tende e riverberare i propri effetti in modo diretto sul territorio iracheno, trasformandolo ancora una volta in quella linea del fronte che potrebbe travolgere i dolorosi sforzi compiuti dal 2003 ad oggi per assicurare la prospettiva di un nuovo corso democratico.

L’obiettivo della visita di al-Sudani a Washington è stato quindi quello di rilanciare il rapporto bilaterale – si è trattato della più grande delegazione irachena mai recatasi degli Stati Uniti – facendolo transitare dall’attuale dimensione a carattere prevalentemente securitario in direzione di una nuova formula maggiormente incentrata sulla cooperazione economica e industriale. La visita, protrattasi per una settimana, oltre Washington ha incluso tappe nel Texas e nel Michigan, dove ministri, deputati e rappresentanti del mondo economico iracheno hanno incontrato le aziende locali e le comunità della diaspora, auspicando un rafforzamento delle relazioni bilaterali in numerosi campi.

Queste attività sono state gestite attraverso lo strumento del Comitato Superiore di Coordinamento dell’Accordo Quadro Strategico siglato tra i due paesi nel 2008, che regola e gestisce la complessità delle relazioni tra l’Iraq e gli Stati Uniti e che al-Sudani vorrebbe trasformare adesso principalmente in una piattaforma di sviluppo delle relazioni economiche[4].

I principali ambiti di interesse per lo sviluppo dell’economia irachena sono concentrati sulla modernizzazione dell’industria del petrolio e del gas naturale, dove, a dispetto del grande potenziale, risulta ancora modesta la produzione di petrolio ed elevata la dispersione del gas naturale, costringendo il paese a dipendere dalle importazioni iraniane soprattutto di gas e prodotti raffinati, mentre le autorità irachene si sono dimostrate interessate ad esplorare la possibilità di riprendere il proprio programma nucleare ad uso civile, per sostenere i sempre più elevati consumi di energia elettrica.

Progetti, tuttavia, che richiedono investimenti cospicui e soprattutto l’accesso alle moderne tecnologie dell’industria energetica, che rappresentano uno dei principali settori di interesse di al-Sudani negli Stati Uniti. Ed è proprio su questo aspetto che il primo ministro iracheno ha concentrato gli sforzi della sua missione negli Stati Uniti, cercando di convincerli della necessità di sostenere lo sforzo di modernizzazione dell’industria irachena anche al fine di renderla meno dipendente dall’interazione con l’Iran, sulla quale gli Stati Uniti hanno più volte puntato il dito soprattutto nel merito del riciclaggio del denaro attraverso il sistema bancario iracheno[5].

Una più forte cooperazione economica con gli Stati Uniti, unita alla riduzione della sua presenza militare nel paese, rappresenta per il primo ministro al-Sudani la più efficace strategia per difendere l’autonomia nazionale soprattutto nei confronti dell’Iran, rispondere alle pressanti richieste che da più parti giungono al governo per favorire l’uscita delle truppe USA e al tempo stesso incrementare la stabilità dell’economia trasformandola nel vero motore del consenso sociale e del rafforzamento delle istituzioni[6].

Auspici certamente condivisibili, sui quali tuttavia pesa a Washington il timore di un ruolo pervasivo di Tehran, capace di capitalizzare la riduzione della presenza militare a solo ed esclusivo vantaggio delle milizie alleate, monopolizzando poi il sistema economico locale e rendendolo funzionale ad alleggerire l’isolamento imposto dalle sanzioni contro l’Iran[7].

Un equilibrio complesso, dunque, che entrambi i paesi sembrano voler gestire e affrontare in modo graduale e cauto, nonostante la forte iniziativa a favore della cooperazione economica impressa dalla missione di al-Sudani negli Stati Uniti. Per il presidente Biden, in particolar modo, la sfida dell’Iraq rappresenta non solo una variabile di interesse strategico sul piano globale ma anche una rischiosa incognita sul piano elettorale. La stabilità dell’Iraq è in questo momento fondamentale per gli Stati Uniti tanto sul fronte degli equilibri energetici globali – in funzione della stabilità del mercato, nonostante il forte peso della Cina tra i principali acquirenti di petrolio iracheno – quanto per la sicurezza regionale, per impedire che un alleggerimento della presenza americana possa aprire le porte ad una pervasiva azione di influenza politica ed economica tanto dell’Iran quanto della Cina. Variabili, queste ultime, che potrebbero influire ulteriormente sul già precario equilibrio della candidatura di Joe Biden alle prossime elezioni presidenziali di novembre.


SCENARIO

La missione a Washington del primo ministro iracheno al-Sudani può certamente essere definita come un successo e un decisivo passo avanti nel tentativo di migliorare e incrementare le relazioni tra i due paesi, dopo una complessa fase di crisi alimentata soprattutto dalle tensioni regionali.

Ciononostante appaiono ancora alquanto divergenti le posizioni delle parti nel merito della necessità di garantire la permanenza in Iraq delle unità militari USA, in conseguenza del ruolo dell’Iran e delle milizie filo-iraniane che compongono l’eterogeneo ambito delle PMF.

Al-Sudani ha cercato di imprimere al rapporto bilaterale una forte accelerazione sul piano economico, ritenendolo lo strumento più adeguato per rafforzare i legami e soprattutto l’autonomia di Bagdad rispetto a Tehran, incontrando il favore degli Stati Uniti sul piano generale ma ad eccezione di quello della sicurezza, dove al contrario gli USA temono che la fuoriuscita delle proprie unità militari possa costituire il presupposto di una pervasiva azione delle forze più vicine all’Iran.

Si presenta in tal modo alquanto complessa la posizione di al-Sudani nel quadro della politica interna irachena, dove il tentativo del primo ministro di garantire al paese la propria indipendenza e l’equidistanza tra i due principali partner esteri di riferimento deve misurarsi con le forze di maggioranza, composte da una coalizione fortemente orientata al rafforzamento del legame con l’Iran e sempre più decisa ad ottenere la fuoriuscita delle truppe americane dal paese. Un obiettivo di non facile portata, che rischia di essere compromesso oggi dall’incremento delle tensioni regionali, capaci di riverberare i propri effetti in modo diretto sulla stabilità irachena.


[1] TAIB MENMY, Dana, “Iraqi PM Sudani meets US president amid Iran-Israel tension, fears of regional war”, in The New Araba, 16 aprile 2024

[2] HAMASAEED, Sarhang, “Prime Minister al-Sudani’s visit shows Iraq wants to move beyond security and needs U.S. support to address climate, economic and regional challenges”, in United States Institute of Peace, 25 aprile 2024

[3] ABDALLA, Jihan, “Visit to Washington open ‘new chapter’ in US-Iraqi relations, Al Sudani says”, in The National News, 19 aprile 2024

[4] CAGGINS, Myles B. III e MOORMAN, Carolyn, “Biden-Sudani summit pushes U.S.-Iraq relations beyond security”, in New Line Institute, 16 aprile 2024

[5] BADAWI, Tamer e EZZEDINE, Nancy, “Iraq’s prime minister embarks on first visit to DC”, in Amwaj, 12 aprile 2024

[6] SALHANI, Justin, “Iraq’s dangerous balancing act between Iran and the US”, in Al Jazeera, 17 aprile 2024

[7] STROUL, Dana e WAHAB, Bilal, “What Biden and Sudani need to start the next chapter of U.S.-Iraq relations”, in The Washington Institute for Near East Policy, 11 aprile 2024

Scarica PDF