La soluzione della crisi nel Mar Rosso transita attraverso un pragmatico sostegno all’opzione negoziale

Mar Rosso

L’attuale dimensione della crisi yemenita e dei tentativi di avviare colloqui di pace per porre fine alla devastante guerra civile affonda le sue radici nella complessa dinamica della politica interna del paese, iniziata con la crisi che portò alle rivolte del 2011-2012 contro il governo di Abdullah Saleh, alla guida dello Yemen unitario dal 1990 e prima ancora dal 1978 come presidente dello Yemen del Nord.

La crisi regionale che nel 2011 interessò la regione, poi passata alla storia in modo improprio con il nome di “Primavera Araba”, riverberò i propri effetti anche in Yemen, dove una rivolta portò nel 2012 alla caduta del governo di Saleh e al trasferimento dei poteri nelle mani di Abdrabbuh Mansur Hadi. La ribellione che nelle regioni settentrionali veniva da tempo alimentata dalle formazioni degli Zaidi di Ansar Allah, conosciute anche con il nome di Houthi, aumentò di intensità e nel 2014 portò alla conquista della capitale Sana’a e all’avvio della lunga guerra civile combattuta contro la coalizione che ad Aden si raccolse intorno al presidente Hadi[1].

Da quel momento il paese si divise di fatto in due distinte entità, delle quali una governata da Ansar Allah nel nord e una governata da Hadi nel sud, sostenuta dalla comunità internazionale e soprattutto dall’Arabia Saudita, che intervenne militarmente al suo fianco a partire dal 2015 nel tentativo di sconfiggere i ribelli del nord. Questo intervento, inizialmente condotto attraverso la partecipazione di un’ampia coalizione che includeva gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain, il Kuwait, il Qatar, l’Egitto, la Giordania, il Marocco e il Sudan, ha determinato una grave escalation della crisi yemenita, trasformandola in una guerra civile e in una delle più gravi crisi umanitarie dell’ultimo secolo. I sistematici bombardamenti della coalizione a guida saudita non sono riusciti a sconfiggere la capacità dei ribelli Houthi nel nord, che, grazie al progressivo sostegno da parte della Repubblica Islamica dell’Iran, sono riusciti non solo a resistere alle preponderanti forze della coalizione internazionale, ma anche a colpire sempre più in profondità non solo lo Yemen meridionale quanto anche il territorio dell’Arabia Saudita stessa, determinando un grave imbarazzo per il governo di Riyadh.

Tentativi di mediazione per far cessare il conflitto sono stati avviati in più occasioni dal 2015 ad oggi. Il primo fu proposto dalla stessa Arabia Saudita, seguita poi sempre nel 2015 dall’Oman, nel 2016 dal Kuwait e dalle Nazioni Unite nel 2019, con il sostegno degli Stati Uniti e di numerosi altri attori internazionali[2].

Sempre nel 2019, tuttavia, iniziarono ad accentuarsi le divergenze tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti nel merito del possibile quadro entro cui costruire una soluzione del problema yemenita. Mentre Abu Dhabi sosteneva con sempre maggiore intensità le posizioni dei gruppi separatisti meridionali dell’al-Hirak, promuovendo l’idea di una partizione del paese in due distinte entità, Riyadh ha continuato a perseguire il proprio tentativo di favorire una soluzione orientata verso un futuro unitario dello Yemen, temendo che la partizione potesse essere interpretata come una sostanziale sconfitta della coalizione a guida saudita nel conflitto.

Le Nazioni Unite riuscirono infine a favorire prima uno scambio di prigionieri nel 2020 e poi un cessate il fuoco nell’aprile del 2022, rinnovato al termine della sua scadenza per due ulteriori estensioni. Un risultato importante, che ha portato ad un prolungato periodo senza combattimenti e bombardamenti da parte della coalizione a guida saudita, e che ha permesso di avviare un laborioso processo di preparazione per i futuri colloqui di pace.

Questo risultato è stato certamente possibile anche grazie al contestuale riavvicinamento tra l’Arabia Saudita e l’Iran, che, a sette anni dall’assalto da parte della folla all’ambasciata di Riyadh a Tehran e alla sospensione delle relazioni diplomatiche, nel 2023 hanno annunciato la ripresa delle relazioni e apparentemente rilanciato un proficuo dialogo regionale.

Sebbene il miglioramento delle relazioni tra Iran e Arabia Saudita costituisca un fattore certamente positivo per la stabilità regionale, il controllo da parte degli iraniani su Ansar Allah è parte di una dinamica alquanto complessa e spesso percepita in modo erroneo dai paesi occidentali. Il sodalizio tra Tehran e i ribelli nord-yemeniti è stato alimentato dai primi nel momento di massima tensione nelle relazioni con i sauditi, permettendo di conseguire significativi risultati sul piano del conflitto in corso nello Yemen a fronte di un impegno alquanto modesto, transitato attraverso forniture di armamenti e consulenti militari che sono riusciti a incrementare enormemente la capacità del vasto ma obsoleto arsenale militare a disposizione degli Houthi. Al tempo stesso, tuttavia, i ribelli yemeniti sono un attore alquanto autonomo, che ha certamente beneficiato del sostegno dell’Iran nel momento in cui questo aveva interesse a sostenerli nel conflitto con la coalizione a guida saudita, senza tuttavia aver mai assunto una posizione di subordinazione politica rispetto a Tehran. L’agenda nazionale degli Houthi, in tal modo, è sempre rimasta preminente rispetto a qualsiasi considerazione di carattere regionale di interesse per l’Iran, che ha quindi dovuto gestire il proprio rapporto con i ribelli yemeniti in modo alquanto pragmatico, e in alcune occasioni anche palesemente critico.

La ripresa delle relazioni diplomatiche tra Tehran e Riyadh ha in tal modo certamente favorito la stabilità regionale, e indirettamente anche quella dello Yemen, senza tuttavia alterare le prerogative degli Houthi, che sono rimaste ancorate ad una precisa strategia dei loro interessi nazionali.

La continuità del cessate il fuoco, anche dopo la scadenza dei rinnovi periodici, costituisce pertanto l’espressione di un reciproco interesse da parte degli Houthi, delle autorità del governo di Aden così come dell’Arabia Saudita, che prescinde in larga misura dall’interesse dell’Iran, che, al contrario, dal mantenimento di un clima di moderata tensione regionale ha sempre beneficiato. Lo scorso settembre, per la prima volta, una delegazione di Ansar Allah si è recata a Riyadh per un ciclo di consultazioni mediate dall’Oman, facendo registrare ulteriori progressi nel dimostrare la volontà di tutte le parti coinvolte nel processo di pace di individuare i margini per l’avvio di una formale fase di negoziati[3].

La principale priorità per gli Houthi, però, con il cessate il fuoco e con la prospettiva di un dialogo nazionale finalizzato alla ricerca di una soluzione duratura, è diventata adesso quella di gestire i complessi equilibri interni allo Yemen settentrionale e, non ultimo, al consolidamento del proprio ruolo politico e militare.

In particolar modo, l’agenda dei ribelli yemeniti del nord è oggi caratterizzata da tre priorità. La prima è quella di gestire le laboriose fasi di preparazione al dialogo nazionale per la pacificazione, cercando di ottenere soprattutto dall’Arabia Saudita il massimo beneficio economico in termini di compensazione per i danni subiti nel corso di oltre sette anni di conflitto. Tra questi la ripresa delle esportazioni di petrolio, la corresponsione degli stipendi ai dipendenti pubblici, la riparazione del sistema stradale nell’area di Taiz e nelle aree colpite dal conflitto e la piena ripresa delle attività dell’aeroporto di Sana’a e del porto di Hodeydah[4]. La seconda è quella di contenere il crescente malcontento della società dello Yemen settentrionale, che, dopo il lungo conflitto, chiede ora in modo sempre più insistente che vengano ripristinate le infrastrutture e i servizi, venga dato nuovo slancio all’economia e si prospetti quanto prima possibile un ritorno alla normalità. Tutte condizioni che gli Houthi non sono in grado di assicurare senza le compensazioni attese dal dialogo di pace. La terza, infine, è quella di sancire la continuità del governo autonomo di Sana’a guidato da Ansar Allah, ponendo le condizioni per un futuro governo di coalizione che ne preservi il potere o al contrario per una possibile partizione del paese in due distinte entità.

La strumentalità della crisi e gli angusti margini per una soluzione

L’emergere della crisi a Gaza, provocata dall’attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre, ha offerto ad Ansar Allah un’opportunità inaspettata per incrementare il proprio potere negoziale con i sauditi e i principali attori della comunità regionale. Con il pretesto del sostegno alla causa palestinese, le milizie ribelli dello Yemen settentrionale hanno iniziato a lanciare dal 30 ottobre una serie di attacchi missilistici e con droni dapprima contro Israele e poi contro le unità navali in transito nel Mar Rosso e nel Golfo Aden, dirette o provenienti da Israele, o di proprietà di armatori locali. Gli Houthi hanno al tempo stesso veicolato una narrativa costruita tanto intorno al sostegno della causa palestinese quanto della necessità di intraprendere un’azione militare per costringere Israele a cessare la propria operazione a Gaza.

Motivazioni altamente strumentali che, per quanto la questione palestinese possa trovare comprensione e sostegno tra la società yemenita, non rappresentano in questo momento in alcun modo le priorità locali, concentrate al contrario sull’esigenza di ripristinare i servizi, l’economia e la stabilità. Il vertice di Ansar Allah, tuttavia, ha trasformato la questione del sostegno ad Hamas in una sorta di missione, con il chiaro intento da una parte di creare un diversivo per il crescente malcontento interno alla popolazione del paese e dall’altra per sfruttare la minaccia alla sicurezza marittima e alla stabilità regionale come strumento di pressione in particolar modo sui sauditi, al fine di incrementare il proprio potere negoziale nel corso dei colloqui di pace che l’Oman e le Nazioni Unite stanno portando avanti[5].

A conferma di tale interpretazione, l’Arabia Saudita non solo non ha arrestato il processo di preparazione negoziale ma ha anzi assicurato di volerlo agevolare nonostante l’emergere della minaccia degli Houthi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, dimostrando come la soluzione del conflitto in Yemen rappresenti in questo momento per Riyadh una priorità assoluta[6].

L’azione degli Houthi contro il traffico mercantile, tuttavia, è stata sostenuta in modo discreto anche dall’Iran, soprattutto attraverso il controverso ruolo della nave Behshad, notoriamente impiegata per la raccolta intelligence e il targeting degli attacchi, che ha sostituito nell’area la precedente Saviz, danneggiata circa due anni orsono da un misterioso attacco che in molti hanno attribuito a Israele. La Behshad ha lasciato il Mar Rosso da alcune settimane spostandosi nel Golfo di Aden, e conseguentemente la maggior parte degli attacchi condotti dagli Houthi si sono verificati in tali aree, alimentando ulteriormente i sospetti di un diretto coinvolgimento iraniano nel fornire agli yemeniti le coordinate per un più preciso targeting dei bersagli[7].

La questione del coinvolgimento di Tehran è complessa e presenta margini di rischio per la stessa Repubblica Islamica dell’Iran. Mentre il persistere di una moderata tensione regionale di tale natura rappresenta certamente un elemento di interesse per Tehran, che attraverso il suo discreto sostegno agli Houthi può colpire gli interessi occidentali senza la possibilità di un’attribuzione diretta di responsabilità, l’autonomia dei ribelli del nord Yemen nel perseguire la propria strategia indipendentemente dalle aspettative dell’Iran può determinare un’escalation capace di presentare un concreto rischio per Tehran. L’incremento nella portata e nella capacità degli attacchi, infatti, non solo ha già portato all’avvio di due missioni navali nella regione – una europea e una a guida USA – ma potrebbe determinare conseguenze capaci in futuro di interessare direttamente gli interessi marittimi dell’Iran o determinare una capacità di risposta diretta contro il proprio territorio, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per il paese.

Al tempo stesso, la postura prettamente offensiva della missione navale statunitense – pur riconoscendo la necessità di assicurare la protezione ai convogli navali in transito nell’area – rischia di esacerbare la crisi e far deragliare i delicati equilibri del negoziato tra Ansar Allah e i sauditi, potenzialmente portando ad un’ulteriore inasprimento della tensione e al possibile arresto delle trattative condotte dall’Oman e dalle Nazioni Unite, spingendo in tal modo la portata della minaccia degli attacchi ben oltre l’attuale soglia. Al contrario, il carattere difensivo di quella europea potrebbe assicurare un poderoso incremento della sicurezza senza particolari tensioni sul piano politico, favorendo l’accelerazione del processo negoziale in direzione di una soluzione.

Per quanto esecrabile sia la minaccia portata dagli Houthi nella regione, e pur dovendosi condannare fermamente il comportamento dei ribelli dello Yemen settentrionale, una risposta prettamente militare sembra disporre di scarso margine di successo. Gli Houthi hanno resistito a oltre sette anni di bombardamenti indiscriminati da parte della coalizione a guida saudita, riuscendo a mantenere in apparente piena efficienza la propria capacità politica e militare. Azioni perlopiù sporadiche contro le loro installazioni rischiano in tal modo di sortire effetti limitati e prolungare invece indeterminatamente la minaccia al traffico navale nell’area con conseguenze enormi per l’economia globale. La crisi palestinese, inoltre, è del tutto strumentale da parte degli Houthi, e quindi anche una cessazione del conflitto a Gaza non produrrebbe verosimilmente l’effetto di una sospensione degli attacchi. Una soluzione che transiti in tal modo attraverso uno sforzo negoziale atto a risolvere la più che decennale guerra civile yemenita, al contrario, potrebbe in questa fase assicurare la soluzione della sicurezza marittima, vincolando l’erogazione dei benefici per gli Houthi all’effettivo rispetto del diritto internazionale[8].

SCENARIO

La radici profonde della crisi yemenita hanno determinato le condizioni intorno alle quali è venuta a manifestarsi l’attuale condizione di instabilità nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. Le ragioni addotte dagli Houthi per sostenere la minaccia al transito navale, collegate al sostegno della causa palestinese e alla cessazione del conflitto a Gaza, sono strumentali e prive di reale fondamento, dovendole al contrario ricercare nel tentativo di incrementare il proprio peso negoziale nei colloqui di pace che dovranno essere auspicabilmente avviati a breve con i sauditi e le autorità del governo di Aden. Non sarà quindi l’eventuale fine del conflitto a Gaza a far cessare la minaccia al traffico navale portata dall’azione degli Houthi.

Per quanto inaccettabile ed esecrabile sia il tentativo di questi di ottenere i benefici auspicati attraverso il ricorso alla palese violazione del diritto internazionale, la risposta militare offerta dalla missione navale a guida statunitense rischia di produrre effetti espansivi della crisi stessa e alterare il processo negoziale promosso dall’Oman e dalle Nazioni Unite. La resilienza degli Houthi all’azione militare, inoltre, come dimostrato dalla capacità pressoché inalterata del proprio arsenale dopo oltre sette anni di bombardamenti costanti da parte della coalizione a guida saudita, lascia indurre che i ribelli nord yemeniti possano resistere alla minaccia portata dalla capacità militare americana nella regione, alterando il corso dei progressi negoziali e rendendo il perdurare degli attacchi alle navi mercantili una concreta minaccia di lungo periodo per l’economia globale.

In tal modo, per quanto l’azione degli Houthi debba essere condannata fermamente, il ricorso ad una strategia di rafforzamento dell’azione negoziale potrebbe presentarsi in questo momento come la soluzione pragmaticamente più opportuna tanto per la sicurezza regionale quanto per quella globale, attraverso il sostegno degli sforzi internazionali per il dialogo yemenita e il contestuale vincolo dei benefici per gli Houthi ad una totale e incondizionata accettazione del rispetto del diritto internazionale attraverso la cessazione degli attacchi al traffico mercantile.


[1] KHOURY, Nabeel, “The Saudi-Houthi stalemate in Yemen”, in Atlantic Council, 29 giugno 2015

[2] MANCINI, Francesco, “Lost in translation: UN mediation in Libya, Syria and Yemen”, in International Peace Institute, 30 novembre 2016

[3] EL YAAKOUBI, Aziz, e ALGHOBARI, Mohammed, “Houthis leave Riyadh after talks with Saudis, some progress reported”, in Reuters, 19 settembre 2023

[4] “Yemen warring parties commit to ceasefire, UN-led peace process, says envoy”, in Al Jazeera, 23 dicembre 2023

[5] NEVOLA, Luca, “Yemen and the Red Sea: rising tensions threaten peace process and international security”, in ACLED, 17 gennaio 2024

[6] NEREIM, Vivian, “Hoping for peace with Houthis, Saudis keep low profile in red Sea conflict”, in New York Times, 25 dicembre 2023

[7] LONGLEY, Alex, “Iranian ship back in the Gulf of Aden, after reported US cyberattack”, in Bloomberg, 22 febbraio 2024

[8] MOKAD, Arwa, “US and UK: give peace a chance in Yemen”, in Pass Blue, 17 gennaio 2024

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