La sicurezza marittima nel Mar Rosso, l’ambiguo ruolo dell’Iran e le prospettive per una soluzione della crisi del trasporto marittimo regionale

Iran Mar Rosso

Il ruolo dell’Iran nella crisi della sicurezza dei trasporti marittimi nell’area del Mar Rosso e del Golfo Aden ha assunto una rilevanza crescente nel corso degli ultimi tre mesi, soprattutto in conseguenza del sospetto che una nave-spia di Tehran possa aver svolto un sostanziale ruolo nell’incrementare la capacità offensiva degli Houthi.

La Behshad è una nave cargo battente bandiera iraniana, ufficialmente dichiarata come nave da trasporto generica, sebbene sospettata di essere una piattaforma per la raccolta intelligence sotto la diretta gestione del comando navale della Sepah-e Pasdaran (IRGC). Costruita in Cina nel 1999 dalla Guangzhou International Shipyard con un tonnellaggio di portata lorda di 236.176 tonnellate e stazza da 16.694 tonnellate, per una lunghezza di 174 metri, ha cambiato più volte proprietario e nome nel corso nel corso degli ultimi venticinque anni, sebbene si ritenga che l’attuale attività di trasporto costituisca una copertura per la gestione delle attività di raccolta intelligence nell’area tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Attualmente è registrata come di proprietà della Rahbaran Omid Dayra Ship Management di Tehran, con base d’armamento a Qeshm, nello Stretto di Hormuz.

La Behshad ha fatto il suo ingresso nell’area per la prima volta nell’agosto del 2021, sostituendo la nave Saviz – anch’essa ritenuta adibita alle medesime funzioni – dopo il danneggiamento dello scafo di questa in circostanze mai chiarite, sebbene attribuite all’esplosione di una mina magnetica collocata con ogni probabilità dagli incursori israeliani. La Saviz si trovava nell’area dal 2016, seguendo rotte ritenute non compatibili con l’attività commerciale e sempre a ridosso dello Stretto di Bab el-Mandeb, dove era solita gettare le ancore in prossimità della costa yemenita o delle isole eritree Dahlak per periodi prolungati.

Sebbene l’Iran abbia sempre respinto le accuse di spionaggio connesse al ruolo della Saviz, questa è stata ritenuta dagli Stati Uniti e dagli europei come un’unità adibita alla raccolta di informazioni e al sostegno delle operazioni militari degli Houthi nello Yemen settentrionale.

Dopo essere stata danneggiata dall’esplosione di una mina magnetica il 6 aprile del 2021, la nave è rimasta all’ancora al largo delle coste yemenite sino al successivo mese di luglio, quando due rimorchiatori l’hanno ricondotta verso la base di armamento a Bandar Abbas e la Behshad l’ha sostituita nella stessa zona di operazioni[1].

L’ingresso della nuova unità navale nell’area dello Stretto di Bab el Mandeb ha destato i sospetti dell’intelligence statunitense, che ha costantemente monitorato in passato il ruolo della Saviz, facendo ritenere altamente probabile che anche la Behshad disponga di apparecchiature per la raccolta intelligence e sia forse anche coinvolta nel traffico di armi a favore delle forze di Ansar Hallah nello Yemen settentrionale. In particolar modo, secondo gli Stati Uniti, la nave avrebbe fornito inizialmente agli Houthi un prezioso ausilio per il targeting degli attacchi missilistici e con droni condotti in modo selettivo soprattutto contro le unità navali di proprietà israeliana (o provenienti/dirette da/verso porti israeliani), per poi ampliare il proprio ruolo dopo l’avvio degli attacchi condotti dagli USA e dalla Gran Bretagna contro gli Houthi, fornendo ausilio per colpire anche le navi militari dei due paesi[2].

La Behshad, oltretutto, si era spostata nell’area al largo delle Dahlak alla fine dello scorso anno, restando ancorata senza apparenti specifiche ragioni e disattivando al tempo stesso il proprio sistema di localizzazione automatica (AIS), venendo discretamente sorvegliata e protetta da due navi della marina militare iraniana in quel momento presenti nel Mar Rosso, la IRIS Alborz e la IRIS Bushehr.

Poco prima dell’inizio delle operazioni militari condotte da Washington e Londra contro gli Houthi, tra l 3 e il 4 febbraio la Behshad ha riattivato l’AIS e lasciato la sua iniziale posizione nel Mar Rosso per raggiungere le coste di Gibuti, dove si è fermata alla fonda a circa 3 miglia nautiche ad est dalla base militare cinese, per poi riprendere il mare il 12 febbraio e spostarsi nel Golfo di Aden, dove ha tenuto una rotta del tutto irregolare e in alcun modo compatibile con quella di una tradizionale attività commerciale. Le attività navali della Behshad, inoltre, si sono concentrate in tre specifici quadranti, nell’ambito dei quali ha seguito una rotta altamente irregolare e giudicata compatibile con quella di una perlustrazione militare. Al tempo stesso, secondo gli Stati Uniti anche le due unità militari iraniane IRIS Alborz e IRIS Bushehr avrebbero lasciato il Mar Rosso e raggiunto l’area dove è attualmente presente la Behshad, fornendole una discreta copertura[3].

Ulteriore circostanza che alimenta i sospetti intorno alla Behshad è quella del parziale mutamento geografico delle capacità d’attacco da parte degli Houthi. Sino a quando la nave si trovava a nord dello Stretto di Bab el Mandeb, infatti, la gran parte degli attacchi missilistici e con droni è stata condotta nella medesima area, per mutare poi rapidamente orientamento contestualmente alla variazione della posizione della Behshad, con un sospetto incremento delle attività nell’area del Golfo di Aden.

I fragili equilibri tra Iran e USA nella regione

Da mesi a Washington la Behshad è stata indicata dal Pentagono come una minaccia e come un possibile obiettivo da colpire per ridurre la capacità di targeting degli Houthi, sebbene nessuna iniziativa sia stata poi adottata nel tentativo di non innescare un’escalation attraverso l’attacco diretto ad una nave battente bandiera iraniana. A seguito dell’attacco condotto lo scorso 29 gennaio dalle milizie irachene filo-iraniane di Kaitaib Hezbollah contro la base USA Tower 22 in Giordania, dove hanno perso la vita tre militari statunitensi, l’esigenza di una ritorsione contro l’Iran è tornata a considerare la nave Behshad, che tuttavia è stata ancora una volta risparmiata dalla possibilità di un attacco diretto da parte delle forze aeronavali USA presenti nell’area.

Tanto gli Stati Uniti quanto l’Iran non hanno alcun interesse in un innalzamento eccessivo della tensione nella regione, né tantomeno nel provocare un’escalation, ma ognuno dei due persegue una chiara agenda nel sostenere i propri alleati regionali, sebbene giudicandoli il più delle volte come troppo autonomi, imprevedibili e irruenti.

L’Iran beneficia senz’altro dal ruolo svolto dagli Houthi nel Mar Rosso, e li sostiene attivamente nel perseguire i propri obiettivi, ma è al tempo stesso ben conscio che un innalzamento eccessivo della minaccia rappresenta il superamento di una linea rossa che potrebbe portare all’escalation e quindi ad un conflitto che interessi in modo diretto i confini della Repubblica Islamica. Gli Houthi hanno dimostrato nel tempo di perseguire un’agenda prettamente nazionale, beneficiando del sostegno dell’Iran ma agendo contestualmente in modo il più delle volte autonomo, rappresentando in tal modo al tempo stesso una risorsa e una possibile minaccia per gli interessi di Tehran.

Gli Stati Uniti, dall’altra parte, sostengono strenuamente Israele nella propria battaglia contro Hamas, valutando tuttavia con crescente timore il prolungarsi del conflitto a Gaza e la percezione internazionale dell’alto costo di vite umane generato dall’azione militare delle IDF. Le richieste a più riprese espresse da Washington per un cessate il fuoco sono state sistematicamente disattese da Tel Aviv, dimostrando anche in questo caso come l’autonomia decisionale di Israele prevalga – soprattutto in situazioni di crisi – sul solido legame bilaterale che ha da sempre caratterizzato le relazioni tra i due paesi.

Tanto gli Stati Uniti, quanto l’Iran, infine, continuano a colpirsi reciprocamente in modo indiretto, attraverso attacchi degli alleati regionali di Tehran contro le basi USA nella regione e le contestuali azioni militari di Washington contro obiettivi riconducibili all’Iran tanto in Siria quanto in Iraq.

Un conflitto di fatto combattuto per procura, almeno allo stato attuale, che entrambi non intendono innalzare di intensità nella consapevolezza delle imprevedibili conseguenze che un’escalation potrebbe determinare nell’intera regione, colpendo e danneggiando gli interessi tanto dell’Iran quanto degli Stati Uniti.

Un fragile equilibrio e un costante sforzo di pragmatismo, che è tuttavia messo costantemente in pericolo dalle priorità strategiche dei loro rispettivi alleati e soprattutto dalla manifesta autonomia decisionale che ne caratterizza l’operato.

Sebbene il numero e la precisione degli attacchi degli Houthi sia considerevolmente diminuito nei giorni immediatamente consecutivi alla fuoriuscita della Behshad dal Mar Rosso – verificandosi peraltro un attacco contro una nave risultata essere poi operata da una società brasiliana che trasportava grano verso l’Iran, che ha determinato un grave imbarazzo per la stessa Tehran[4] – questi sono nuovamente aumentati di intensità a partire dal 12 gennaio, quando la Behshad ha ripreso la navigazione nel Golfo di Aden dopo alcuni giorni di sosta al largo di Gibuti.

Tale circostanza sembra potersi attribuire ad un attacco informatico lanciato dagli Stati Uniti contro la nave nei giorni precedenti, che avrebbe probabilmente anche portato alla decisione di lasciare il Mar Rosso e spostarsi nella rada di Gibuti prima e nel Golfo di Aden poi[5]. Secondo alcune indiscrezioni riportate dalla stampa statunitense, che ha citato fonti anonime del Pentagono, il governo americano avrebbe deciso di inibire le capacità della Behshad attraverso un’operazione di guerra elettronica, che avrebbe prodotto effetti dimostrati dall’improvvisa riduzione delle attività degli Houthi per sei giorni consecutivi[6].

La notizia non ha trovato riscontro ufficiale da parte del Dipartimento della Difesa, ma il periodo in cui si ipotizza possa essere avvenuto l’attacco coincide con la fuoriuscita della nave dalla sua originaria posizione nel Mar Rosso, e con la successiva sosta di alcuni giorni al largo delle coste del porto di Gibuti. La scelta di portare la nave in prossimità della base navale cinese nel Corno d’Africa, inoltre, potrebbe essere stata dettata dal tentativo di Tehran di assicurarsi una protezione indiretta, in un’area dove più difficilmente gli Stati Uniti avrebbero lanciato eventuali ulteriori azioni ostili dirette contro la Behshad.

Sebbene non vi sia certezza che gli Stati Uniti abbiano effettivamente condotto l’operazione, né eventualmente sulle modalità attraverso le quali sarebbe stata gestita, appare evidente come gli effetti sarebbero stati solo di modesta entità, avendo la nave ripreso l’usuale sospetto profilo di navigazione erratica nel Golfo di Aden ed essendo al tempo stesso ripresi di intensità gli attacchi alle navi mercantili in transito proprio in quel tratto di mare.

Il 12 febbraio due missili anti-nave sono stati lanciati contro la nave Star Iris, battente bandiera delle Isole Marshall e di proprietà di un armatore greco, mentre si trovava poco a sud di Bab el Mandeb impegnata nel trasporto di grano dal Brasile verso l’Iran, registrando modesti danni e continuando la navigazione verso il porto di Bandar Khomeini[7]. Il 16 febbraio la petroliera Pollux battente bandiera panamense è stata colpita da un missile mentre transitava a nord-ovest del porto di Mokha, nel Mar Rosso, registrando solo lievi danni. Anche questo attacco si è rivelato fonte di imbarazzo per gli Houthi, essendo la nave impegnata nel trasporto di greggio dalla Russia all’India. Il 17 febbraio un drone marino (USV) è stato distrutto da unità navali statunitensi, mentre il successivo 18 febbraio il mercatile Rubymar è stato colpito mentre navigava a circa 35 miglia nautiche dalle coste dello Yemen meridionale, registrando danni ingenti che hanno costretto l’equipaggio ad abbandonare la nave nel timore di un possibile affondamento[8]. Il 19 febbraio un missile anti-nave è stato intercettato e distrutto da un’unità della US Navy, mentre altri due attacchi sono stati effettuati – senza conseguenze – contro la nave greca Sea Champion e la Navis Fortuna battente bandiera delle Isole Marshall ma operata da una società italiana. Un ultimo attacco, anch’esso privo di conseguenze, è stato infine sferrato il 20 febbraio nel Golfo di Aden con alcuni missili anti-nave contro la MSC Silver II, battente bandiera liberiana ma operata dalla MSC in collaborazione con una società israeliana[9]. Alcuni droni sono stati poi lanciati lo stesso pomeriggio in conseguenza di un attacco sferrato dalle unità aeree e navali USA contro lo Yemen settentrionale, venendo intercettati e distrutti.

SCENARIO

Dal 19 novembre sono stati condotti dagli Houthi 41 attacchi contro navi in transito nell’area compresa tra la parte meridionale del Mar Rosso e il Golfo di Aden. Otto di questi hanno avuto come obiettivi navi militari statunitensi, inglesi e francesi, e la restante parte contro navi mercantili di diversa nazionalità. In sole tre occasioni i danni sono stati considerati rilevanti (MSC Platinum III, Marlin Luanda e Rubymar), mentre una nave è stata sequestrata e condotta nel porto di Hodeidah (Galaxy Leader, ancora non rilasciata) e le altre hanno subito danni minori o nessun danno.

Sebbene gli effetti degli attacchi condotti dagli Houthi siano stati sinora limitati, e mitigati progressivamente dalla presenza sempre più consistente dalle navi militari della missione Prosperity Guardian e dall’imminente avvio della missione europea Aspides, la percezione del settore dei trasporti marittimi è caratterizzata da un crescente timore, gravato peraltro dall’incremento delle polizze assicurative per il tratto di mare interessato dalla minaccia.

Per quanto motivati dagli Houthi come misura ritorsiva contro l’operazione militare israeliana a Gaza, le ragioni che hanno condotto a questa escalation sono da individuarsi nella realtà all’interno di dinamiche politiche interne alla sfera e agli interessi degli Houthi, e in particolar modo dalla volontà di incrementare il proprio potere negoziale nei futuri colloqui di pace con i sauditi e le autorità di Aden, così come per sedare il crescente malcontento della popolazione dello Yemen del nord per la mancata capacità del governo degli Houthi di provvedere agli impegni per la ricostruzione delle infrastrutture e il rilancio dell’economia.

La cessazione dell’emergenza, in tal modo, sarà plausibilmente connessa non tanto alla durata del conflitto a Gaza, quanto piuttosto alla soluzione dei negoziati di pace che dovranno stabilire i termini di gestione della conclusione del conflitto yemenita.

Desta certamente preoccupazione il ruolo determinato dalla presenza della nave iraniana Behshad, fortemente sospettata di essere impegnata in attività di raccolta intelligence, targeting e traffico di armi, sebbene rappresenti un fattore incoraggiante il comune interesse tanto dell’Iran quanto degli Stati Uniti – almeno per il momento – di impedire la possibilità di un’escalation regionale su vasta scala.


[1] “Iran swaps out damaged Red Sea spy ship for new vessel”, in Al Arabiya, 20 agosto 2021

[2] “Spotlight on Iran’s “spy ship” Behshad”, in Maritimes Crimes, 8 febbraio 2024

[3] SHARIFI, Kian, “Iranian ‘spy ship’ in spotlight as U.S. seeks retaliation against Tehran”, in RFERL, 2 febbraio 2024

[4] WINTOUR, Patrick, “Houthis strike Iran-bound grain ship in first Red Sea attack in six days”, in The Guardian, 13 febbraio 2024

[5] “U.S. carried out covert cyberattack on Iranian spy ship”, in The Maritime Executive, 15 febbraio 2024

[6] KUBE, Courtney, e LEE, Carol E., “U.S. conducted cyberattack on suspected Iranian spy ship”, in NBC, 15 febbraio 2024

[7] ABDALLAH, Nayera e SAUL, Jonathan, “Yemen’s Houthis strike cargo ship bound for Iran, causing minor damage”, in Reuters, 13 febbraio 2024

[8] BARTLETT, Charlie, “Crew abandon ship after Red Sea missile attack, despite US fight-back”, in The Load Star, 19 febbraio 2024

[9] “Houthis target MSC cargo ship ad US warship as launches increase”, in The Maritime Executive, 20 febbraio 2024

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