La nuova strategia militare della Russia per il continente africano

Ahead Of The Presidential Elections In Central African Republic

La strategia africana della Russia ha radici antiche e dinamiche complesse, oggetto di un processo di accelerazione che sembra puntare con decisione in questa fase ad un forte consolidamento della propria presenza e del proprio ruolo.

Gli elementi di continuità tra la strategia sovietica prima e quella russa poi sono essenzialmente tre. Il primo è quello di assicurare al paese la possibilità di accedere alle copiose risorse naturali del continente, attraverso tuttavia un approccio molto diverso da quello dei paesi occidentali, che hanno storicamente caratterizzato il proprio ruolo in Africa – a partire dalla fase di decolonizzazione – con una politica tanto invasiva sotto il profilo economico quanto ipocrita nella richiesta del perseguimento di principi democratici, che il più delle volte si sono meramente limitati alla protezione di compiacenti autoritarismi. La strategia russa, al contrario, pur perseguendo i medesimi obiettivi economici, non ha mai adottato una postura palesemente invasiva sotto il profilo della politica interna delle aree di proprio interesse, legittimando in tal modo ogni forma di autoritarismo attraverso il parimenti ipocrita principio della non-ingerenza negli affari dei paesi terzi. Principio tuttavia più volte disatteso attraverso il sostegno a formazioni politiche o militari direttamente coinvolte nelle dinamiche del potere locale[1].

Il secondo elemento è quello della competizione globale con gli Stati Uniti e i paesi europei, nell’ambito di una dinamica tuttavia profondamente ridimensionata rispetto all’epoca dell’URSS e della Guerra Fredda. L’Africa assunse il ruolo di vera e propria linea di faglia tra i due grandi sistemi del bipolarismo, e il ruolo dell’URSS fu determinante nel sostegno alle formazioni rivoluzionarie o di ispirazione socialista che tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso promossero le istanze della decolonizzazione. Tale ruolo mutò drasticamente con la fine dell’Unione Sovietica e la crisi economica che ne aveva fortemente caratterizzato l’agonia politica, riverberandosi sul continente africano in conseguenza della cessata capacità da parte dell’URSS prima e della Russia poi di continuare a sostenere economicamente e militarmente i propri alleati.

Il terzo elemento infine è stato – ed è tornato ad essere – il ruolo della Russia quale principale promotore di una politica securitaria atta a consolidare le capacità militari degli stati che si pongono in modo antagonistico nei confronti degli Stati Uniti e degli europei, provvedendo ad assicurare una capacità militare alternativa a quella assicurata dai tradizionali circuiti internazionali. Nell’evoluzione di questa capacità, la Russia ha adottato un modello ibrido basato sull’erogazione di un servizio basato tanto sul trasferimento degli armamenti quanto anche, e soprattutto, sulla presenza di proprie unità di professionisti, inquadrate tuttavia nell’ambito di vere e proprie organizzazioni mercenarie, che nella narrativa russa non rappresentano una proiezione diretta degli interessi di Mosca essendo parte di un rapporto di natura meramente commerciale.

Sebbene esistano numerose Private Military Companies (PMC) russe, il caso del Gruppo Wagner di Yevgeny Prigozhin è stato certamente emblematico di questa nuova tendenza, andando a rappresentare però anche un fattore di rischio per la stessa sicurezza russa, come dimostrato dal tentativo di insurrezione lanciato dalle unità impiegate nel conflitto ucraino nel giugno del 2023[2].

Con la morte di Prigozhin in circostanze alquanto controverse, nel successivo mese di agosto, sono sorti numerosi interrogativi sul futuro del Gruppo Wagner e, in particolar modo, sulla sua struttura africana. Sebbene le informazioni dalla Russia siano alquanto frammentarie, soprattutto con l’accresciuta tensione derivante dal conflitto in Ucraina, sembra potersi delineare nelle ultime settimane un interesse del Cremlino a non disperdere la capacità e gli interessi consolidati della Wagner nel continente africano e, anzi, espanderli attraverso una trasformazione dell’organizzazione da struttura privata – almeno sotto il profilo formale – a vera e propria unità militare sotto il diretto controllo degli stati maggiori russi[3].

A darne notizia è stato il quotidiano Vedomosti a gennaio, secondo il quale la nuova unità sarà posta sotto il comando del Vice Ministro della Difesa e potrebbe essere operativa già a partire dalla prossima estate, forte di un contingente di 50.000 militari e destinata ad operare, almeno inizialmente, in cinque paesi africani: Burkina Faso, Libia, Mali, Niger e Repubblica Centrafricana[4].

La stampa ha attribuito a questa nuova unità il nome di “Legione Africana”, sebbene non è certo che questo corrisponda alla reale denominazione definita dal ministero della Difesa, aggiungendo come l’intenzione dei vertici della sicurezza russa sia quella di integrare all’interno della “Legione” numerosi ex appartenenti al Gruppo Wagner, assicurando in tal modo continuità alle operazioni già in atto sul continente africano[5].

Non è chiaro al tempo stesso se il Gruppo Wagner continuerà ad esistere come entità autonoma – come aveva assicurato il ministro degli Esteri Sergeij Lavrov lo scorso giugno, a seguito del tentativo di insurrezione di Prigozhin ma prima della sua morte – o se al contrario sarà integrato definitivamente all’interno delle forze armate russe, perdendo quella particolare autonomia gestionale e operativa che l’aveva caratterizzato sin dalle sue origini[6].

Qualunque possa essere il futuro del Gruppo Wagner, tuttavia, non sembra poter mutare la strategia di fondo della Russia nel consolidamento dei propri interessi nel continente africano. Fortemente radicata in Mali, in Libia e nella Repubblica Centrafricana, la presenza di Mosca si è gradualmente espansa nel Burkina Faso, dove un primo contingente di forze russe è arrivato nel paese nel corso delle ultime settimane, e intensi sono i colloqui con il governo del Niger per espandere la cooperazione in materia di sicurezza e presenza delle forze della “Legione Africana” in loco[7]. Più opaco, ma non meno rilevante, è il sostegno della Russia alle milizie paramilitari del Generale Dagalo in Sudan (le Rapid Support Forces, o RSF), che da mesi è impegnato in una guerra civile contro le forze regolari dell’esercito (le Sudanese Armed Forces, o SAF), agli ordini del generale al-Burhan. La Wagner è stata più volte accusata non solo di sostenere militarmente le RSF ma anche di essere coinvolta in un lucroso commercio di oro e altri minerali, contribuendo in tal modo ad alimentare la continuità del conflitto. In Sudan inoltre, prima della guerra civile, la Russia aveva manifestato il proprio interesse per la realizzazione di una base logistica navale per la propria Marina Militare a Port Sudan, proposta poi decaduta con il conflitto ma alla quale la Russia continua a guardare con interesse per fornire ulteriore capacità operativa alle proprie unità navali nell’area dell’Oceano Indiano[8]. Anche in Libia la Russia ha più volte ventilato l’intenzione di poter costruire una propria base navale in Cirenaica, ampliando la propria presenza nel Mediterraneo dove le forze russe possono contare oggi solo sulle infrastrutture di Tartus e Latakia in Siria.

Un partner di grande rilevanza in Africa è poi l’Algeria, che sin dalla sua indipendenza è stato un importante acquirente di armamenti russi e un solido alleato dell’URSS prima e della Russia poi. Il governo di Algeri ha annunciato lo scorso anno un poderoso programma di ammodernamento del proprio apparato militare, anche in conseguenza delle rinnovate tensioni con il Marocco sull’area del Shara Occidentale, e prevede di dotarsi dei più moderni equipaggiamenti prodotti oggi dall’industria della difesa russa. Numerosi altri paesi dell’Africa subsahariana, poi, pur restando in posizione di sostanziale equidistanza politica tra Stati Uniti, Europa e Russia, hanno incrementato le proprie forniture militari da Mosca, ampliando in tal modo la capacità russa di interagire con le locali amministrazioni militari a danno soprattutto di quelle francesi[9].

Questo forte impulso della proiezione della Russia in Africa, tuttavia, avviene nel momento più critico della capacità francese, ed europea più in generale, di assicurare la continuità della propria presenza e del proprio ruolo in aree dove a seguito della fase coloniale aveva stabilito una solida e strutturata organizzazione dei propri interessi, soprattutto economici. La Russia ha saputo inserirsi in un contesto già da tempo fortemente critico del rapporto con Parigi, alimentando esponenzialmente la percezione di un sentimento neocoloniale, investendo sulla capacità di propagazione della narrativa anti-francese e anti-europea e capitalizzando enormi risultati soprattutto nell’ambito dei crescenti mutamenti di potere avvenuti in seguito a colpi di stato promossi dalle locali forze armate[10].

Non meno fragile e confusa, però, è anche la visione degli Stati Uniti nel continente africano, dove già storicamente Washington ha investito in modo modesto e disorganico tanto nel periodo della Guerra Fredda quanto nel passato più recente. Sebbene non gravata dalla memoria coloniale, la politica statunitense in Africa è stata percepita nel continente in modo crescente come distante e iniqua, fortemente sbilanciata in direzione degli interessi europei e in alcun modo apportatrice di qualsivoglia beneficio tanto sotto il profilo economico quanto quello della sicurezza.

La politica africana degli Stati Uniti, in tal modo, è stata gradualmente percepita più come uno sforzo di contrasto all’espansione della Cina e della Russia che non come un programma di reali opportunità sotto il profilo della cooperazione politica, economica e militare, aprendo gradualmente ad un sempre maggiore interesse dei paesi africani in direzione di Pechino e Mosca. Questi nuovi equilibri sono apparsi in tutta la loro ampiezza soprattutto in occasione dei più recenti voti in seno alle Nazioni Unite per le mozioni di condanna della Russia, dove sostanzialmente metà del continente africano ha dimostrato con il proprio voto contrario o con l’astensione la propria posizione nei nuovi equilibri globali.

Il consolidamento del ruolo russo in Africa, però, non è esente da rischi e da possibili rovesci. Sostenere l’espansione della propria presenza sul continente, alla luce della grave crisi economica conseguente al conflitto in Ucraina e alle pesanti sanzioni, è possibile solo esasperando il rapporto economico con le controparti locali, in una dimensione di crescenti spese militari che ben poco apportano sul piano dello sviluppo economico e della capacità di generare consenso sociale. Al tempo stesso, la postura prettamente securitaria del ruolo russo nei paesi dove è presente con i propri contingenti militari o paramilitari ha generato un diffuso malcontento in conseguenza dei brutali metodi impiegati nel contrasto alle formazioni jihadiste e ai movimenti indipendentisti, caratterizzata da costanti violazioni dei diritti umani, dall’elevato numero di vittime civili e, soprattutto, dai modesti risultati ottenuti soprattutto nel contrastare il ruolo e la capacità delle formazioni islamiste.

Non ultimo, il diffondersi di una sempre più critica narrativa locale contraria al ruolo e alla presenza di Mosca comporta il concreto rischio di una canalizzazione delle prerogative del jihadismo africano – e non solo quello – direttamente contro la Russia e i suoi interessi su scala globale. Il rischio in tal modo non sarebbe più confinato alla mera sicurezza del personale russo presente nel continente africano, quanto piuttosto esteso al possibile tentativo di colpirne gli interessi direttamente sul suolo della Federazione, attraverso dinamiche che in un certo qual modo ripercorrerebbero quelle che hanno caratterizzato la lunga fase del terrorismo internazionale contro i paesi occidentali.

SCENARIO

La grave crisi scaturita dal tentativo di insurrezione della Wagner nel 2023 ha determinato importanti trasformazioni tanto sul piano organizzativo dell’unità paramilitare, quanto su quello della sua proiezione nel conflitto ucraino, in Siria e in Africa. Sembra ormai certa la riorganizzazione dell’unità nell’ambito di una nuova fisionomia gerarchicamente subordinata all’apparato della sicurezza russo, un mutamento della denominazione in Legione Africana e una razionalizzazione del criterio di impiego soprattutto in Africa, dove le prospettive per l’impiego della formazione appaiono a Mosca di particolare interesse.

Sebbene in fase espansivo e a danno tanto degli europei quanto degli Stati Uniti, il ruolo della Russia in Africa non è tuttavia privo di incognite e rischi. Il frequente ricorso ad una modalità di gestione delle operazioni militari caratterizzata dall’uso indiscriminato della violenza, i risultati spesso insoddisfacenti nel contrasto alle formazioni jihadiste e i sospetti di collusione con le più opache organizzazioni coinvolte nel traffico di metalli preziosi, minerali e altre risorse, hanno determinato una percezione del ruolo delle milizie paramilitari russe alquanto controverso e spesso critico in seno alle popolazioni locali. Le milizie, tuttavia, rappresentano al contrario uno strumento altamente apprezzato dai vertici dei regimi militari che governano soprattutto alcuni paesi dall’area saheliana, in considerazione della capacità operativa e della disponibilità di equipaggiamenti spesso non riscontrabile nei ranghi delle forze locali, del criterio di impiego che non implica alcuna forma di ingerenza sul piano della politica locale – e soprattutto nel merito del rispetto dei principi democratici – e, non meno importante, costituendo uno strumento di sicurezza per la protezione delle élite, considerato come una forma di protezione contro possibili tentativi di golpe. L’impiego delle unità russe nel contrasto alle formazioni islamiste e l’uso indiscriminato della violenza, tuttavia, hanno incrementato il risentimento del jihadismo internazionale nei confronti di Mosca, con il rischio di trasformare questa percezione in un fattore di rischio diretto per la sicurezza stessa sul territorio della Russia.


[1] SIEGLE, Joseph, “Russia’s strategic goals in Africa”, in Africa Center for Strategic Studies, 6 maggio 2021

[2] MISHRA, Abhishek, “Russia’s low-risk, high-reward strategy for its return to Africa”, in ORF, 12 ottobre 2023

[3] SIEGLE, Joseph, “Inflection point for Africa-Russia relations after Prigozhin’s death”, in Africa Center for Strategic Studies, 6 settembre 2023

[4] “Russia to launch ‘Africa Legion’ to replace Wagner group in Africa”, in Military Africa, 12 gennaio 2024

[5] LECHNER, John A., “Is Africa Corps a rebranded Wagner Group?”, in Foreign Policy, 7 febbraio 2024

[6] FELBAB-BROWN, Vanda, “What’s ahead for the Wagner Group in Africa and the Middle East?”, in Brookings, 18 luglio 2023

[7] SCHWIKOWSKI, Martina, TIASSOU, Kossivi e KOENA, Jean Fernand, “After Wagner, Russia makes new military plans in Africa”, in Deutsche Welle, 9 febbraio 2023

[8] HOWELL, Jeremy, MWAI, Peter e ATANESIAN, Grigor, “Wagner in Sudan: what have Russian mercenaries been up to?”, in BBC, 23 aprile 2023

[9] HENNEBERG, Sabina, RUMLAY, Grant, YAVORSKY, Erik, “Algeria-Russia relations after the Ukraine invasion”, in The Washington Institute for Near East Policy, 18 maggio 2023

[10] STRONSKI, Paul, “Russia’s growing footprint in Africa’s Sahel region”, in Carnegie Endowment, 28 febbraio 2023

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