La missione del ministro Piantedosi in Libia e i rischi del negoziato con il generale Khalifa Haftar

Piantedosi Haftar

Il 12 marzo una delegazione italiana di alto profilo, composta tra gli altri dal ministro degli Interni Matteo Piantedosi, dal viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e dal direttore dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna Giovanni Caravelli, si è recata a Bengasi ed è stata ricevuta dal generale Khalifa Haftar.

L’incontro ha goduto di scarsa eco sul piano nazionale, sebbene rappresenti un elemento di grande importanza nella definizione delle linee di proiezione della politica estera e di sicurezza in Libia, le cui conseguenze potrebbero tuttavia alterare significativamente la percezione del ruolo italiano con le controparti di Tripoli e generare al tempo stesso imprevedibili risultati sulla capacità di gestione del ruolo di Roma in Libia.

La visita è stata ufficialmente organizzata con l’intento di contenere i flussi migratori che dal paese raggiungono l’Italia, e che ormai hanno superato per dimensione ed entità quelli provenienti dalla Tunisia[1]. Gli accordi raggiunti con il governo tunisino hanno permesso di far registrare nel corso dell’ultimo anno un significativo decremento degli imbarchi – circa il 50% in meno – mentre la confusa situazione politica della Libia non ha alterato il numero dei flussi in partenza delle coste tanto nell’est quanto nell’ovest del paese, a dispetto dei comunicati soprattutto della parte orientale.

Il ministro dell’Interno Piantedosi si era recato in visita a Tripoli alla metà dello scorso febbraio, incontrando il ministro degli Esteri del Governo di Unità Nazionale (GUN), Al Taher Salem al Baour, e il suo omologo Imad Mustafa Trabelsi, con i quali aveva discusso della necessità di individuare una soluzione congiunta per la gestione dei flussi migratori e dai quali aveva ricevuto richieste per un incremento al sostegno della polizia libica. Il governo di Tripoli, in sintesi, ha replicato a quello italiano sostenendo di nutrire i medesimi timori nel merito dell’incremento dei flussi migratori che interessano il paese, che hanno portato il numero dei migranti presenti lungo le coste ad aumentare enormemente, senza reali capacità di controllo soprattutto perché è ancora disattesa l’applicazione dell’accordo del 2008 tra Italia e Libia e finalizzato a sostenere e finanziare la capacità dell’apparato di sicurezza libico nel controllo dei confini, soprattutto quelli meridionali.

Alle richieste formulate dal ministro degli Interni italiano, quindi, la Libia ha replicato sostenendo che il problema de flussi migratori interessa anche la Libia, prima ancora dell’Italia, e che per gestire tale fenomeno è necessario sostenere la Libia ad esercitare il controllo territoriale lungo i confini meridionali, potenziare la capacità di rimpatrio dei migranti verso le aree di provenienza, ed esercitare una contestuale azione politica con paesi come il Niger e il Ciad, che hanno di fatto abdicato dall’impegno di contenere i flussi migratori lasciando transitare in modo incontrollato tanto i flussi provenienti dal Sahel occidentale quanto quelli dal Corno d’Africa e dalle martoriate aree del Sudan dove infuria la guerra civile[2].

Una risposta improntata al realismo, che ha richiamato agli impegni che l’Italia deve assumersi nel paese per contribuire alla gestione del fenomeno migratorio, ma che non ha evidentemente soddisfatto pienamente le aspettative della delegazione italiana, la cui priorità è quella di individuare soluzioni rapide e concrete per allentare i flussi diretto verso le coste europee.

È quindi in questa cornice che è stata costruita la successiva missione di Piantedosi a Bengasi, nella ricerca di una difficile cooperazione anche con il generale Khalifa Haftar, al quale è stato chiesto di sostenere le richieste dell’Italia per limitare il numero di imbarchi dalle coste della Cirenaica, e al quale è stato offerto un programma di cooperazione economica per rilanciare alcuni progetti infrastrutturali di interesse delle locali autorità.

Un’iniziativa a tratti controversa, tuttavia, perché impostata ad un pragmatismo di difficile gestione per l’Italia, che rischia di trasformarsi nella percezione di una debolezza che il generale Haftar non tarderà a sfruttare a proprio vantaggio e a danno degli interessi italiani, come più volte accaduto in passato. Nessun particolare vantaggio sembra peraltro essere emerso anche dal precedente incontro a Roma nel maggio del 2023, quando la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni accolse in visita Haftar con le medesime richieste che hanno caratterizzato l’ultima visita del ministro Piantedosi, e che non hanno prodotto alcun significativo risultato nella riduzione dei flussi migratori dalla regione orientale della Libia[3].

Nel corso della visita del 12 marzo, inoltre, erano presenti con il generale Haftar anche i suoi due figli Khalifa e Saddam, recentemente promossi di grado e di fatto oggi al vertice dell’apparato militare controllato dal padre, e la visita ha sostanzialmente legittimato da parte dell’Italia il ruolo dell’autoproclamato Esercito Nazionale Libico, del quale la delegazione italiana ha ricordato e lodato gli sforzi per il contrasto al terrorismo e all’estremismo[4].

Una posizione estremamente delicata e rischiosa, per l’Italia, soprattutto alla luce delle ripetute accuse proprio al cosiddetto Esercito Nazionale Libico e agli stessi figli del generale Haftar di essere implicati nei traffici di essere umani e armi, oltre che nel sostegno alla presenza delle forze russe, che hanno incrementato fortemente la loro capacità di uomini e mezzi nel paese nel corso degli ultimi mesi.

Un’apertura, non in subordine, che rischia di alterare il già fragile equilibrio del dialogo nazionale libico per l’organizzazione delle future elezioni, concedendo al generale Haftar la percezione di una posizione di predominio dalla quale cercare di manipolare a proprio vantaggio i lavori faticosamente promossi dal rappresentante delle Nazioni Unite in Libia, già deluso dalle concomitanti azioni di contrasto emerse nel corso delle ultime settimane all’interno della sfera del GUN di Tripoli.

Le rinnovate minacce di Haftar

Pochi giorni dopo la visita della delegazione italiana, il 15 marzo il generale Haftar è tornato sul tema del dialogo politico ed elettorale in corso in Libia, minacciando con toni aggressivi di essere pronto ad assumere decisione drastiche per riportare la stabilità nel paese.

Difficile stabilire se il discorso del generale sia stato incentivato dalla precedente missione italiana, sebbene il tempismo della sua manifestazione lasci presumere che questa abbia certamente contribuito a rafforzare le sue ambizioni e certamente la percezione di una debolezza italiana ed europea nella complessa gestione del processo elettorale libico.

Secondo Haftar, che ha parlato a Sirte nell’ambito della cerimonia di mobilitazione militare denominata come “Dignity Shield 2024”, sono state date al dialogo politico “più opportunità di quanto fosse necessario”, senza che queste abbiano prodotto tangibili risultati sul piano di una imminente soluzione[5].

Haftar ha quindi aggiunto come il margine per concedere ulteriori opportunità sia ormai alquanto esiguo, minacciando di assumere “decisioni coraggiose” per impedire che il processo negoziale possa essere compromesso a danno della stabilità nazionale. Il generale ha tuttavia richiamato nell’ambito del suo discorso alla necessità di impedire agli esponenti religiosi di contrastare questo processo di pace, ribadendo come l’Esercito sotto il proprio comando rappresenti gli interessi di tutto il popolo libico. Un messaggio alquanto chiaro alle autorità di Tripoli, da sempre accusate di essere espressione del radicalismo religioso della Fratellanza Musulmana, così come al ruolo delle diverse milizie che operano in Tripolitania, che il generale Haftar definisce di fatto come portatrici di interessi locali e individuali, e alle quali contrappone invece quelle dell’autoproclamato Esercito Nazionale Libico, nella visione di un contraltare nazionale e unitario sul piano militare[6].

Nulla di nuovo nella retorica di Haftar, che non nasconde le proprie ambizioni nel merito di un futuro controllo unitario del paese, ma che tuttavia appaiono rafforzate adesso dalla percezione di un ruolo di forza garantito tanto dalla consolidata relazione con gli Emirati Arabi Uniti e la Russia quanto dalla fragilità dell’Unione Europea, che, attraverso missioni come quelle condotte dall’Italia, dimostrano in tutta la loro evidenza ad Haftar come la questione dei migranti e del controllo dei flussi lungo le coste può essere ancora una volta sfruttata a vantaggio delle ambizioni personali.

Le esercitazioni militari “Dignity Shield 2024”, inoltre, sono state organizzate proprio con lo scopo di dimostrare tanto alle autorità di Tripoli quanto a quelle della comunità internazionale che la misura della pazienza del generale Haftar è ormai colma, preparandosi per intervenire militarmente a ristabilire l’ordine nel paese se non sarà individuata in tempi brevi una soluzione. Soluzione, tuttavia, che per Haftar deve necessariamente transitare attraverso una legittimazione delle proprie ambizioni politiche, che cerca di consolidare dimostrando come la polarizzazione delle dinamiche istituzionali di Tripoli siano ormai irrisolvibili, necessitando al contrario di un’azione forte e unitaria per ristabilire il controllo del territorio.

Al tempo stesso, poco dopo la partenza della delegazione italiana, il generale Haftar ha voluto rafforzare il messaggio ai propri interlocutori europei annunciando come le partenze dei migranti dalle coste della Libia orientale siano diminuite del 67,1% nel corso degli ultimi mesi, sostenendo che solo 50 migranti abbiano effettivamente lasciato le coste della Cirenaica nel corso dei primi tre mesi del 2024. Un chiaro messaggio destinato a confermare come la cooperazione con lui e l’ENL costituisca l’unico strumento percorribile per una reale gestione della questione migratoria, che, per funzionare, deve tuttavia transitare attraverso l’accettazione di un ruolo di predominio del generale sulle altre componenti del tessuto politico libico[7].

Una posizione che a Tripoli viene letta come una chiara volontà di Haftar di ricorrere nuovamente allo strumento militare per conquistare il potere sull’intero paese, cercando tuttavia di consolidare prima i rapporti con i principali attori internazionali coinvolti nelle dinamiche locali al fine di impedire la debacle che l’intervento turco determinò nel 2019, quando Haftar cercò di conquistare Tripoli.

In tale contesto i vertici delle diverse componenti politiche di Tripoli temono che l’ingente flusso di armi che la Russia ha trasferito nel paese, presso la base di al Jufra, non rappresenti solo il materiale d’armamento della cosiddetta Legione Africana che ha sostituito la Wagner, e che ha stabilito in Libia un importante avamposto per la gestione delle proprie attività sul continente africano, quanto anche un concreto aiuto per l’ENL al comando del generale Haftar, con l’implicita autorizzazione ad intraprendere un’azione di forza per consolidare il proprio ruolo e il proprio potere nel paese.

L’unico elemento che manca a Khalifa Haftar per completare il proprio disegno egemonico è quello connesso alla necessità di definire un accordo con la Turchia, cercando di convincere Erdogan della necessità di appoggiare le unità dell’est per stabilizzare il paese e trarne i medesimi benefici che le autorità di Tripoli hanno a più riprese concesso ad Ankara. Un’opzione non facile, ma nemmeno impossibile stante la perdurante crisi politica del governo di Tripoli e l’insoddisfazione della Turchia per la mancanza di progressi nel processo di dialogo nazionale.

SCENARIO

La missione del ministro dell’Interno italiano a Bengasi è stata dettata da una gestione emergenziale della politica estera nazionale, che intende risolvere l’attuale problema dei flussi migratori senza considerare la portata dei futuri assetti politici che potrebbero interessare la Libia e, conseguentemente, la capacità italiana di gestirli. Una miopia di visione guidata da questioni essenzialmente connessa alla dimensione del dibattito politico interno italiano, che non tiene conto di come una legittimazione del ruolo del generale Haftar e delle sue milizie sia non solo di difficile gestione da parte di Roma, che viene considerata dal generale come un anello debole del contesto internazionale, ma anche potenzialmente dannoso per la gestione degli interessi italiani nel paese. La missione appare ancor più controversa perché condotta proprio nel momento in cui l’Italia rilancia la propria strategia di impegno per il continente africano, che con il Piano Mattei intenderebbe consolidare ed espandere la proiezione degli interessi nazionali nel continente.

Ne ha saputo approfittare ampiamente il generale Haftar, che non ha tardato peraltro poco dopo a minacciare un nuovo intervento militare contro le autorità di Tripoli, che accusa di inerzia nella gestione del processo di dialogo politico e, soprattutto, non rappresentative di interessi unitari e nazionali. Una reiterazione delle tradizionali posizioni del generale, adesso tuttavia rafforzate da una rinnovata cooperazione con la Russia, dal costante sostegno degli Emirati Arabi Uniti e dalla diminuita minaccia dei paesi europei. Una combinazione di interessi che, per trasformarsi in azione, ha necessità solo di trovare una formula di compromesso con la Turchia, che il generale Haftar potrebbe cercare di cooptare in una dimensione di benefici economici comparabili a quelli garantiti nel tempo da Tripoli, e che potrebbe in tal modo ridisegnare in modo radicale l’infrastruttura del potere della Libia.


[1] “Piantedosi da Haftar a Bengasi, ‘insieme contro i trafficanti’”, in ANSA, 12 marzo 2024

[2] “Libia-Italia: Haftar riceve una delegazione guidata dal ministro dell’Interno Piantedosi”, in Agenzia Nova, 13 marzo 2024

[3] “Meloni riceve il generale libico Haftar a Palazzo Chigi”, in ANSA, 4 maggio 2023

[4] “Italy to ask Haftar for cooperation in stopping immigrant influx through east Libya”, in Libya Observer, 11 giugno 2023

[5] “Haftar: we’re ready to make bold decision, scope for granting opportunities has become narrow”, in Libya Update, 15 marzo 2024

[6] “Haftar, margine ristretto per una soluzione politica in Libia”, in ANSA, 15 marzo 2024

[7] “Migrant departures from East Libya plummet to 67,1% amid LNA crackdown”, in Libya Update, 16 marzo 2024

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