IRAQ – Alta tensione nelle relazioni tra USA e Iraq dopo la ritorsione contro le forze di Kataib Hezbollah

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L’attacco lo scorso 28 gennaio da parte delle milizie filo-iraniane di Kataib Hezbollah contro la base USA di Tower 22 in Giordania hanno innescato una dinamica di ritorsioni da parte degli Stati Uniti, che hanno colpito più volte l’Iraq e la Siria nell’intento di ridurre la capacità militare delle forze considerate responsabili di ormai quasi 180 attacchi nel corso degli ultimi tre mesi. Sebbene il presidente Biden non potesse sottrarsi alla necessità di colpire le milizie irachene ritenute responsabili, gli attacchi sul territorio iracheno rischiano di compromettere le relazioni con il governo di Bagdad, imponendo un’accelerazione della chiusura della missione statunitense nel paese e determinando una profonda frattura anche con le forze politiche più inclini a salvaguardare il rapporto con Washington.

Escalation nelle relazioni tra USA e Iraq

Il 28 gennaio, in circostanze ancora poco chiare, un drone di fabbricazione iraniana lanciato dalle milizie di Kataib Hezbollah ha colpito una base statunitense ubicata nel nord-ovest del territorio giordano, in prossimità del confine con l’Iraq, conosciuta con il nome in codice di Tower 22. L’impatto del drone ha causato la morte di tre militari e il ferimento di altri trenta circa, venendo poco dopo rivendicato dalla rete delle Forze di Mobilitazione Popolare dell’Iraq, la sigla che riunisce numerose milizie strettamente legate alla Repubblica Islamica dell’Iran. Il comunicato ha fatto riferimento ad una ritorsione per la violenta operazione israeliana a Gaza, facendo in tal modo salire a 178 il numero degli attacchi condotti contro le forze americane nella regione nel corso degli ultimi tre mesi.

L’episodio, oltre allo sgomento per la perdita di tre militari, ha destato al tempo stesso numerose perplessità nel merito della sua dinamica, stante l’accertata mancanza di reazioni delle forze di protezione della base Tower 22 per contrastare l’impatto del drone. Alcuni quotidiani statunitensi, citando fonti anonime del Pentagono, hanno ventilato l’ipotesi di un errore da parte delle unità incaricate del controllo aereo e della repressione della minaccia, in conseguenza di un possibile erroneo riconoscimento del drone, che sarebbe stato confuso con un altro UAV statunitense in quel momento di rientro alla base dopo un volo di sorveglianza. L’UAV iracheno, in tal modo, si sarebbe diretto contro il proprio obiettivo senza incontrare alcuna resistenza da parte delle unità della contraerea, esplodendo all’interno della base stessa.

Sebbene fisicamente condotto dalle milizie irachene delle Forze di Mobilitazione Popolare, la responsabilità dell’attacco è stata immediatamente attribuita dagli Stati Uniti all’Iran, come principale mandante dell’operazione e responsabile diretto della morte dei tre militari, convincendo il presidente Biden poco dopo a confermare l’intenzione di effettuare una rappresaglia, sebbene senza specificare se direttamente contro l’Iran o contro la rete dei suoi alleati regionali.

Le affermazioni del presidente statunitense hanno immediatamente alimentato speculazioni sulla possibile ritorsione, individuando tre possibili scenari. Il primo e potenzialmente a più alto rischio diretto a colpire direttamente il territorio dell’Iran, il secondo limitato a colpire interessi e alleati iraniani nella regione e il terzo orientato invece ad impedire ogni ipotesi di escalation regionale astenendosi da una ritorsione immediata.

Sebbene condannato dal governo iracheno, l’attacco contro la base di Tower 22 è stato anche seguito dall’immediata esortazione agli Stati Uniti da parte del governo del primo ministro Mohammed al-Sudani di astenersi dal colpire il territorio dell’Iraq, al fine di non innescare una pericolosa spirale di crisi. Solo il giorno prima dell’attacco, infatti, si era tenuta a Bagdad la prima riunione tra il primo ministro al-Sudani e il generale americano Joel Vowell per discutere delle procedure di chiusura della missione della Coalizione Internazionale presente nel paese, che il governo iracheno auspica di poter accelerare considerando venuta meno la minaccia dell’ISIS nel paese.

L’attacco alla Tower 22, tuttavia, rischia di alterare non solo la pianificazione del ritiro delle forze straniere nel paese ma anche e soprattutto di innescare una pericolosa spirale di violenza all’interno dell’Iraq, che il governo di Bagdad vorrebbe evitare chiedendo agli Stati Uniti di astenersi dal colpire in modo diretto il proprio territorio.

Le richieste del primo ministro al-Sudani per una sospensione delle azioni militari, tuttavia, hanno interessato anche le milizie della Resistenza Islamica, ritenuta dal governo responsabile di aver posto una grave minaccia alla sicurezza del paese attraverso la conduzione dell’attacco contro la base americana, in un sempre più difficile equilibrio che vede il primo ministro, pur considerato vicino alle posizioni dell’Iran, disporre di sempre più limitati strumenti per contenere l’autonomia operativa delle diverse milizie che operano nel paese.

In tal modo, lo scorso 30 gennaio, la milizia irachena di Kataib Hezbollah ha annunciato la decisione unilaterale di sospendere gli attacchi contro le forze statunitensi presenti nella regione, giustificando tale scelta come misura per impedire che le proprie azioni possano determinare gravi imbarazzi al governo di Bagdad in una difficile fase politica e nel corso dei negoziati per la fuoriuscita degli Stati Uniti dal paese.

Ne ha dato comunicazione il segretario generale della milizia, Abu Hussein al-Hamidawi, aggiungendo tuttavia nello stesso comunicato che le milizie d Kataib Hezbollah continueranno a difendere il popolo di Gaza in altri modi.

Ciononostante, la notte del 2 febbraio gli Stati Uniti hanno sferrato una poderosa risposta militare colpendo 85 obiettivi in sette diverse località dell’Iraq e della Siria, distruggendo infrastrutture riconducibili tanto alle milizie irachene filo-iraniane quanto – soprattutto in Siria – dell’IRGC. Si è trattato di un’operazione di ampie proporzioni, che ha visto anche l’impiego di bombardieri supersonici B-1B decollati dal Taxas e più volte riforniti in volo e il lancio di bombe di precisione ad alto potenziale per la distruzione di rifugi corazzati.

Sebbene il governo statunitense ha dichiarato di aver preallertato le autorità irachene dell’attacco, queste hanno denunciato l‘azione come una palese violazione della propria sovranità e convocato l’incaricato d’affari statunitense a Bagdad, ribadendo come il governo iracheno non intende tollerare che il proprio territorio sia trasformato nell’arena di scontro tra attori terzi delle crisi regionali.

Il governo statunitense, tuttavia, ha rivendicato la necessità di condurre un’operazione militare contro le milizie di Kataib Hezbollah, aggiungendo come l’operazione del 2 febbraio non sarebbe stata l’ultima della strategia di ritorsione contro i costanti attacchi subiti dalle proprie forze nel corso degli ultimi mesi.

Un nuovo attacco è stato quindi infine sferrato nella notte del 7 febbraio, colpendo uno dei comandanti della milizia di Kataib Hezbollah a Bagdad, Abu Bakr al-Saadi, ucciso mentre si trovava in auto alla periferia orientale della capitale. Anche in questa occasione gli Stati Uniti hanno affermato di aver avvertito il governo iracheno, sebbene questa volta solo dopo aver colpito il proprio obiettivo, mentre il portavoce del primo ministro, Yahya Rasool, ha commentato la notizia sostenendo che le azioni condotte dagli USA portano ad accelerare la chiusura della missione della Coalizione Internazionale in Iraq, che rappresenta ormai per il governo un evidente fattore di instabilità rischiando di coinvolgere il paese in una pericolosa spirale di crisi regionale. Rasool, che guidò le forze irachene nella campagna contro l’ISIS combattendo al fianco delle forze statunitensi, ha definito l’attacco americano del 7 febbraio come irresponsabile e palesemente privo di interesse per l’incolumità dei civili che affollavano l’area dove è stata colpita l’auto di al-Saadi, sostenendo come il ritiro delle forze USA non sia ormai più procrastinabile.

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