IRAN-PAKISTAN: rappresaglie militari iraniane in Siria, Iraq e Pakistan e crisi nelle relazioni diplomatiche regionali

Iran Bombarda Pakistan

La Repubblica Islamica dell’Iran ha dato seguito alle minacce di ritorsione annunciate dopo l’uccisione del generale dell’IRGC Reza Mousavi in Siria il 25 dicembre e il successivo attentato terroristico condotto presumibilmente dall’ISIS Khorasan a Kerman il 3 gennaio, dove hanno perso la vita quasi cento civili che partecipavano ad una cerimonia funebre in onore del defunto generale Soleimani.

Sin dapprincipio Tehran ha cercato di presentare la matrice degli attacchi subiti come parte di un’azione coordinata tra Israele, Stati Uniti e gruppi del radicalismo islamico di matrice sunnita, attraverso una linea narrativa orientata a definire un filo conduttore funzionale a sostenere le prerogative della visione strategica iraniana. Un’interpretazione che non convince, allo stato attuale, ma che rappresenta la volontà iraniana di attribuire anche alle dinamiche di rischio interne una valenza allargata sul piano regionale e globale. Non già due distinti fronti, quindi, dei quali il primo connesso alla palese conflittualità con Israele e Stati Uniti e il secondo espresso dai gruppi jihadisti e indipendentisti, ma al contrario un unico filo conduttore che trasforma la percezione iraniana della minaccia in una dimensione unitaria e omogenea.

Le prime due operazioni compiute nell’ambito dell’annunciata rappresaglia, quindi, nella dialettica politica di Tehran hanno inteso colpire simultaneamente tanto lo Stato islamico in Siria quanto la capacità di Israele nel nord dell’Iraq, attraverso due attacchi quasi simultanei condotti con modalità pressoché eguali mediante l’impiego combinato di missili e droni. Nel nord-est della Siria sono stati colpiti obiettivi definiti da Tehran come basi dello Stato Islamico, senza provocare in apparenza particolari danni, mentre nel Kurdistan iracheno il principale obiettivo dell’azione iraniana è stato un facoltoso imprenditore, Peshraw Majeed Agha Dezaei, noto per aver realizzato numerose infrastrutture per il governo e la coalizione internazionale ma anche sospettato dall’Iran di essere non solo il principale gestore delle esportazioni di petrolio verso Israele quanto anche il facilitatore degli interessi di Tel Aviv nella regione. Alcuni dei missili hanno anche sfiorato, probabilmente in modo intenzionale, i cantieri del nuovo consolato statunitense ad Erbil, senza tuttavia colpirlo in modo diretto.

Entrambi gli attacchi sono stati apertamente e prontamente rivendicati dall’Iran, menzionando specificamente la responsabilità gestionale dell’IRGC nella pianificazione e nella conduzione delle operazioni. Un fattore di relativa novità, che ha teso a sottolineare l’iniziativa diretta dell’Iran – e non dei suoi alleati regionali – pur nell’ambito di un’operazione che ha voluto idealmente rappresentare una risposta diretta verso Israele e gli Stati Uniti, sena tuttavia colpire né il territorio israeliano, né obiettivi direttamente riconducibili agli USA. In tale contesto sembra in tal modo potersi ravvisare la chiara volontà di fornire una risposta credibile agli attacchi subiti, senza tuttavia superare quella “linea rossa” che avrebbe determinato il concreto rischio di un’escalation militare diretta con Israele e Stati Uniti, con ogni probabilità ritenuta concretamente insostenibile dall’Iran.

Immediate le reazioni di condanna della comunità internazionale nei confronti delle iniziative iraniane, che gli Stati Uniti hanno giudicato irresponsabili e che sono state fortemente criticate anche dall’Iraq, che ha denunciato la violazione della propria sovranità nazionale, richiamando in patria il proprio ambasciatore a Tehran e annullando il previsto incontro al World Economic Forum di Davos tra il proprio ministro degli Esteri Fuad Hussein e il suo omologo iraniano Hossein Amirabdollahian. Nessuna protesta è stata invece espressa dal governo siriano, che non esercita alcun controllo sul territorio dove è stato condotto l’attacco iraniano e che non ha ritenuto opportuno sollevare questioni diplomatiche con l’Iran, che peraltro dispone in Siria di una consistente presenza militare.

In modo alquanto inaspettato, invece, una terza operazione iraniana è stata condotta nel territorio del Beluchistan pachistano nella notte tra il 16 e il 17 gennaio, quando almeno 12 missili e altrettanti droni hanno colpito alcune abitazioni nelle vicinanze del villaggio di Kouh Sabz, avendo come obiettivo secondo l’Iran alcuni membri dell’organizzazione islamista sunnita Jaish al Adl. Tale gruppo è accusato da Tehran di aver condotto ripetuti attacchi in territorio iraniano, di cui l’ultimo lo scorso dicembre nell’ambito del quale furono uccisi undici agenti di polizia, e di godere di un indiretto sostegno da parte del governo di Islamabad.

L’attacco ha provocato la morte di circa dieci persone, e di alcuni bambini secondo il governo locale, ed è stato denunciato dalle autorità pachistane come una grave violazione della sovranità nazionale. Islamabad ha inoltre denunciato l’assenza di contatto con Tehran nel merito dell’azione, a dispetto dei solidi e molteplici canali di collegamento in essere tra i due paesi, manifestando un profondo disappunto per l’iniziativa condotta sul proprio territorio.

Ne è conseguita una grave crisi diplomatica prima e militare poi, transitata il 17 gennaio attraverso l’espulsione dell’ambasciatore iraniano e il richiamo in patria di quello pachistano a Tehran, seguita poi da un’incursione dell’aeronautica di Islamabad nella notte tra il 17 e il 18 ottobre contro sette obiettivi nella regione del Sistan Beluchistan iraniano riconducibili all’Esercito di Liberazione del Beluchistan e al Fronte di Liberazione del Beluchistan, considerati gruppi terroristici. L’operazione, cui il governo pachistano ha dato il nome in codice di “Marg Bar Sarmachar” (morte ai ribelli), è stata condotta attraverso l’impiego di aerei d’attacco di costruzione cinese JF-17, scortati da caccia J-10C e velivoli per le contromisure elettroniche, colpendo in profondità nella regione sud-orientale dell’Iran sette diversi obiettivi. È stato lo stesso ministero della Difesa pachistano a confermare che la difesa aerea iraniana non ha opposto alcuna resistenza, e nessun aereo dell’IRIAF sembra essere decollato nel corso degli attacchi.

L’Iran ha convocato immediatamente l’incaricato d’affari dell’ambasciata pachistana a Tehran, sostenendo che almeno nove persone fossero state uccise nel corso dell’attacco e chiedendo chiarimenti nel merito dell’accaduto, senza tuttavia al momento innalzare eccessivamente i toni del contrasto con Islamabad.

Gli eventi degli scorsi giorni portano a formulare alcune considerazioni nel merito della politica estera e strategica dell’Iran. La prima di queste concerne l’ormai evidente predominanza del ruolo della seconda generazione del potere al vertice dell’apparato istituzionale iraniano, caratterizzata da un’accresciuta assertività, da una visione più radicale delle priorità iraniane nella regione e dalla volontà di reagire in modo muscolare a quelle che ritiene essere minacce esistenziali per la sicurezza della Repubblica Islamica. Un approccio ben diverso da quello dell’ormai minoritaria prima generazione di estrazione teocratica, che, sebbene formalmente al vertice del sistema istituzionale, non sembra disporre di reali prerogative per arginare l’esuberanza dei quadri militari dell’IRGC e dell’apparato di potere che questi hanno creato nel corso oltre quarant’anni di Repubblica Islamica.

Al tempo stesso, tuttavia, la natura delle azioni iraniane mostra chiaramente un profilo di netta cautela nel non voler colpire in modo diretto né Israele né gli Stati Uniti, al fine di non varcare la “linea rossa” di un probabilmente inesorabile conflitto che interesserebbe in modo diretto il territorio iraniano. Ben più difficile da spiegare, al contrario, la ragione che ha spinto a compiere un’azione sul territorio del Pakistan, paese con il quale l’Iran ha intrattenuto rapporti discreti e con il quale rischia adesso di avviare una crisi diplomatica di lungo periodo e dagli incerti benefici sul piano politico, economico e della sicurezza. L’assenza di risposta all’azione militare condotta dall’aviazione pachistana lascerebbe indurre ad una precisa volontà di permettere una reazione di Islamabad a compensazione di quella iraniana, sebbene la gravità di entrambi gli episodi determinerà quasi certamente un forte raffreddamento, se non un congelamento, delle relazioni bilaterali.

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