Il generale Dagalo espande il controllo territoriale delle RSF in Sudan e cerca la legittimazione politica con il sostegno degli Emirati Arabi Uniti

Dagalo

Mentre le forze delle RSF del generale Dagalo espandono progressivamente la propria sfera di controllo sul Sudan, un’iniziativa politica coordinata con una coalizione di forze civili – denominata Tagaddum – offre al generale delle milizie paramilitari l’opportunità di potersi affermare come leader politico del dialogo e della transizione verso un governo a guida civile. Tale iniziativa, tuttavia, fortemente sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti, potrebbe condurre ad una transizione solo apparentemente democratica, consolidando al contrario il dominio assoluto di Dagalo sul Sudan e la marginalizzazione dell’esercito e del generale al-Buhran.

La conquista del “granaio del Sudan” di El Gezira

Nella seconda metà à dello scorso mese di dicembre le unità delle Rapid Support Forces (RSF) al comando del generale Mohamed Dagalo, conosciuto anche come Hemetti, hanno sferrato una nuova offensiva contro quelle avversarie delle Forze Armate Sudanesi (SAF), al comando del generale Abdel Fattah al Burhan, nell’intento di conquistare la strategica regione di El Gezira, a sud della capitale Khartoum[1].

Sebbene tra quelli di minore estensione tra i 18 stati che compongono amministrativamente il Sudan, quello di El Gezira riveste un’importanza particolare per due ragioni. La prima è quella di essere considerato il “granaio del Sudan”, in conseguenza della sua posizione geografica situata al centro del tratto terminale di confluenza tra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, che si uniscono poi nella capitale assumendo la denominazione di Nilo. L’abbondanza di risorse idriche di cui gode la regione ha favorito nel corso dell’ultimo secolo l’avvio dapprima di una vasta produzione del cotone e poi quella intensiva del grano, trasformando il tal modo lo stato di El Gezira in uno dei più importanti sotto il profilo economico. Il secondo elemento di importanza è invece quello rappresentato dalla presenza di due assi stradali – paralleli ai due fiumi – che collegano la capitale verso gli stati meridionali, occidentali e orientali, raggiungendo nelle diverse propaggini i confini dell’Etiopia, del Sud Sudan e del Ciad. Lungo queste due arterie stradali transitano pressoché tutte le merci che dalle regioni meridionali e dagli stati adiacenti raggiungono la capitale, e in questo momento soprattutto gli aiuti umanitari.

La gestione degli aiuti umanitari, così come il controllo dei flussi delle merci, rappresenta un lucroso mercato nel Sudan interessato dalla guerra civile, sul quale le forze delle RSF sono interessate ad esercitare l’apparente posizione di vantaggio che sembrano aver acquisito nel corso degli ultimi mesi di conflitto. Sebbene entrambe le parti continuino a rivendicare il controllo del paese, e soprattutto della capitale e della città satellite di Omdurman, le informazioni che giungono dal Sudan lasciano ritenere che le RSF esercitino un più ampio controllo del territorio nell’area di Khartoum e del Darfur, mentre quelle governative delle SAF opererebbero da basi più arretrate nel nord e nelle regioni nord-orientali in direzione della città portuale di Port Sudan, sul Mar Rosso.

Consolidato il controllo della maggior parte della capitale, in tal modo, le forze delle RSF hanno potuto sferrare una fulminea offensiva in direzione sud, lungo i due assi stradali che seguono rispettivamente il corso del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro, conquistando in circa due settimane numerose città e villaggi. L’asse di manovra che ha mosso lungo il Nilo Bianco è riuscito a raggiungere il 21 dicembre la città di El Geteina, a circa 100 Km a sud ovest di Khartoum, mentre quello che ha mosso lungo il Nilo Azzurro ha raggiunto e conquistato il 19 dicembre la strategica citta di Wad Madani, a circa 200 Km a sud est della capitale[2].

L’avanzata delle forze delle RSF nello stato di El Gezira ha provocato la fuga di migliaia di civili, terrorizzati non solo dai combattimenti ma anche dalla sinistra reputazione delle milizie al comando del generale Dagalo, che le autorità di governo accusano di aver commesso gravi violazioni dei diritti umani e saccheggi indiscriminati. La città di Wad Madani, che dall’inizio della guerra civile e fino allo scorso 19 dicembre era stata sotto il controllo delle SAF, aveva accolto circa mezzo milione di profughi, perlopiù fuggiti da Khartoum e Omdurman, venendo ritenuta un luogo sicuro ove sfuggire alla brutalità dei combattimenti della capitale. L’arrivo delle RSF e la conquista della città hanno tuttavia determinato secondo le Nazioni Unite la fuga di almeno 15/20.000 persone in direzione sud, con l’obiettivo di sottrarsi al giogo delle milizie paramilitari e alle violenze di cui sono state spesso accusate[3].

La caduta di Wad Madani ha destato allarme nel paese, dimostrando soprattutto come la capacità delle SAF sia ormai fortemente ridotta e compromessa dall’incapacità delle unità di ricevere i necessari rifornimenti logistici. L’avanzata delle forze delle RSF nello stato di El Gezira è stata infatti alquanto rapida, grazie alla modesta resistenza incontrata e a quella che di fatto è stata la fuga della prima divisione di fanteria delle SAF che avrebbe dovuto difendere la città e le strade dell’intero stato[4].

I timori di al Burhan e lo stallo negoziale

Lo stallo negoziale tra le parti in conflitto è sembrato poter offrire un nuovo tentativo di mediazione lo scorso 22 dicembre, quando fonti vicine al generale al Burhan hanno fatto sapere dell’accettazione da parte del comandante delle SAF della proposta di incontro con il generale Dagalo formulata il precedente 16 dicembre da parte dell’IGAD. La notizia giungeva a una settimana da una precedente smentita da parte del generale al Burhan, che aveva escluso qualsiasi possibilità di incontro in assenza di precise precondizioni per un effettivo negoziato sul cessate il fuoco, dimostrando quanto ancora complessa si presentasse la questione del negoziato sul piano degli equilibri interni al governo di Khartoum[5].

Un fattore che ha tuttavia complicato ulteriormente i tentativi di avviare un negoziato è emerso il 23 dicembre in conseguenza dell’intervento del presidente del Kenya, William Ruto, che ha manifestato la volontà di sostenere il dialogo delle forze civili democratiche del Sudan, conosciute come Tagaddum, che è guidata anche dall’ex primo ministro sudanese Abdalla Hamdok. Questa formazione, costituita da una coalizione di forze politiche, organizzazioni professionali e associazioni della società civile, ha organizzato un incontro di quattro giorni nello scorso mese di dicembre, che il presidente Ruto ha ritenuto opportuno sostenere con l’impegno di favorire anche incontri diretti tra il generale al Burhan e il suo antagonista Dagalo[6].

Al tempo stesso, il 2 gennaio del 2024 il portavoce delle Forze di Supporto Rapido ha dichiarato la disponibilità ad un cessate il fuoco incondizionato da parte del generale Dagalo, da perfezionarsi attraverso colloqui con i rappresentanti delle SAF e sostenendo l’azione di mediazione promossa dal Tagaddum[7].

Simultaneamente, il generale Dagalo ha intrapreso all’inizio dell’anno un viaggio regionale che lo ha portato in Uganda, Gibuti, Ruanda, Sudafrica, Etiopia e Kenya, dove è stato ricevuto dai rispettivi capi di stato. Il viaggio ha avuto come scopo quello di accreditarsi presso alcuni governi africani come interlocutore della crisi sudanese, e secondo alcuni analisti sarebbe stata coordinata con la collaborazione e il sostegno degli Emirati Arabi Uniti, che sostengono politicamente il generale Dagalo[8].

Questi è stato accolto con gli onori concessi a un capo di Stato, e ha sfruttato gli incontri con i leader politici africani per sostenere il ruolo del Tagaddum e presentarsi come fautore di un processo di riconciliazione nazionale, cercando al tempo stesso di cancellare l’immagine che la comunità internazionale gli ha attribuito nel corso nei nove mesi di conflitto, legata alle ripetute violenze perpetrate nel paese.

La strategia di Dagalo appare chiaramente quella di volersi associare al Tagaddum per dimostrare come le RSF rappresentino il baluardo della volontà negoziale per giungere ad un cessate il fuoco, sebbene nell’ambito di una fase del conflitto che li vede saldamente al controllo della gran parte della capitale, del Darfur Occidentale e dello stato di El Gezira, attraverso i quali Dagalo vorrebbe consolidare il controllo del paese a danno delle SAF del generale al Buhran.

Il comandante delle RSF, quindi, cerca di affermarsi come uomo della pace e della transizione del paese verso un governo a guida civile, sebbene la sua credibilità e le sue reali intenzioni suscitino diverse perplessità tanto all’interno del Sudan quanto all’estero. Dagalo ha infatti sistematicamente disatteso in passato tutti gli impegni assunti per il cessate il fuoco e la moderazione della violenza, e le unità delle RSF sono tristemente note nel paese per le atrocità commesse tanto nel lungo conflitto nel Darfur quanto nella successiva fase di transizione verso un governo a guida civile, ostacolata congiuntamente sia da al Burhan sia da Dagalo.

Il viaggio regionale, in tal modo, ha costituito il tentativo del vertice delle RSF di conquistare un ruolo centrale nella gestione del potere nazionale, assumendo le sembianze di una forza pacificatrice e cercando al tempo stesso tempo di isolare il generale al Burhan sul piano internazionale, attraverso il palese tentativo di far ricadere la responsabilità di un fallimento dei colloqui sulle SAF e il loro comandante.

La proposta di un incontro per definire i termini di un cessate il fuoco formulata da Dagalo il 2 gennaio, pertanto, è stata seccamente rifiutata dal generale al Burhan poco dopo, quando, in un discorso televisivo, ha a riaffermato le accuse di violenze e violazione dei diritti umani da parte delle RSF, negando la possibilità di qualsiasi formula di riconciliazione. In particolar modo, al Burhan ha fatto riferimento alle violenze perpetrate dalle RSF nell’area della capitale, di El Genina e nel Darfur Occidentale, e ha criticato gli sforzi negoziali compiuti da alcuni paesi africani, tra i quali il Sudafrica, il Kenya e l’Etiopia, rei di aver accolto Dagalo in veste ufficiale nel corso dei giorni precedenti[9].

Il timore del generale al Burhan, peraltro alquanto fondato, è quello di una strategia sostenuta da Abu Dhabi per consolidare Dagalo e permettergli di emergere come leader politico di riferimento alla guida del paese, sostenuto da una coalizione civile rappresentata dal Tagaddum e trasformando al tempo stesso le SAF nell’elemento di crisi verso il processo di pacificazione. Una strategia che emarginerebbe al Burhan, isolando le forze armate e trasformandole nel responsabile per le violenze commesse nel corso della guerra civile.

Ad insistere in questa direzione, inoltre, è lo stesso Tagaddum, come dimostrato dall’invito rivolto al generale al Burhan il 5 gennaio da Omer al-Digair, presidente del partito Sudanese del Congresso e membro del comitato direttivo della coalizione politica unitaria, che ha chiesto al vertice delle SAF di accettare la proposta di un dialogo nazionale e di un contestuale cessate il fuoco[10].

Per tutta risposta, al contrario, il governo sudanese – di fatto formalmente presieduto dal generale al Burhan – ha disposto il richiamo in patria dell’ambasciatore di Khartoum a Nairobi, in Kenya, in segno di protesta per l’accoglienza tributata a Dagalo e per l’accoglienza formale all’interno del palazzo presidenziale, lanciando indirettamente un chiaro messaggio di rifiuto della proposta di dialogo tanto con le RSF quanto con il Tagaddum[11].

SCENARIO

I nove mesi di conflitto che hanno visto contrapporsi le forze dell’esercito regolare (SAF) a quelle delle Rapid Support Forces (RSF) assumono sempre più il connotato di un conflitto personale tra i due leader degli schieramenti, il generale al Burhan e il generale Dagalo. Quest’ultimo, forte del sostegno da parte degli Emirati Arabi Uniti e di quello di numerose nazioni africane legate politicamente ad Abu Dhabi, è impegnato in questa nuova fase della crisi a consolidare un ambizioso piano per veicolare la propria legittimazione politica attraverso la definizione di un accordo con un consesso di forze politiche civili – il Tagaddum – che viene presentato come misura prodromica per la transizione dei poteri ad un governo a guida civile.

Questo progetto è apertamente ostacolato dal generale al Burhan, che teme di essere estromesso dalla guida del paese e dalla politica nazionale, richiamando l’attenzione della comunità internazionale verso le accuse di crimini e violenze commesse dalle RSF. Le forze al comando del generale Dagalo, tuttavia, continuano ad avanzare nella conquista delle più strategiche aree del Sudan, non ultima quella dello stato di El Gezira, penalizzando fortemente la credibilità di al Burhan e delle SAF e al tempo stesso limitando la loro legittimazione internazionale. Un’impasse che questi intende gestire impedendo qualsiasi ipotesi negoziale con Dagalo, per non agevolarne il consolidamento dell’immagine politica e nella prospettiva di una – alquanto improbabile al momento – riscossa militare sul campo di battaglia.


[1] “Sudan war: RSF enters White Nile state and Sennar”, in Dabanga, 22 dicembre 2023

[2] NASHED, Mat, “Losing hope: Sudan civilians terrified as RSF attacks second-biggest city”, in Al Jazeera, 19 dicembre 2023

[3] “Thousands flee as battle for Sudan’s Wad Madani opens up new front”, in Reuters, 17 dicembre 2023

[4] “The mysterious fall of Wad Madani”, in Mada, 20 dicembre 2023

[5] “Sudan’s El Burhan agrees to meet with Hemedti”, in Dabanga, 22 dicembre 2023

[6] “Kenya’s President Ruto pledges to stand with the Sudanese people”, in Dabanga, 24 dicembre 2023

[7] “Sudan’s RSF open to talks on immediate cease fire with Army”, in France 24, 3 gennaio 2024

[8] AMIN, Bahira, “Sudan paramilitary chief bids for legitimacy in Africa tour: analysts”, in Al Monitor, 6 gennaio 2024

[9] “Sudan’s Army chief al-Burhan say ‘no reconciliation’ with paramilitary RSF”, in Al Jazeera, 5 gennaio 2024

[10] “Sudanese civilian coalition reiterates readiness to meet al-Burhan”, in Sudan Tribune, 6 gennaio 2024

[11] “Sudan recalls ambassador to Kenya over Hemetti’s reception”, in Sudan Tribune, 4 gennaio 2024

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