Il fazionalismo politico e la vittoria degli ultraconservatori alle elezioni iraniane

Iran Fazionalismo

Nell’ambito delle elezioni per il rinnovo dei 290 deputati del parlamento sono stati eletti al primo turno 245 candidati, mentre per i restanti 45 si dovrà procedere il prossimo maggio al ballottaggio. Il sistema elettorale iraniano prevede infatti che i candidati, per essere eletti al primo turno, devono ottenere almeno il 25% dei voti nella propria circoscrizione, ma se questa soglia non viene raggiunta da nessuno dei candidati si procede con un ballottaggio tra i primi due per numero di voti.

In termini di schieramento politico, dei 245 deputati eletti circa 150 appartengono alla sfera dei conservatori, pur con posizioni molto differenti tra loro, 25 sono di area riformista e circa 70 indipendenti, e quindi non ancora collocabili in termini di schieramento all’interno del nuovo parlamento.

La tradizione politica iraniana, infatti, è caratterizzata da una geometria variabile del periodo elettorale, laddove prima delle elezioni si formano solitamente delle coalizioni che portano i candidati al voto, e che includono tanto i rappresentanti dei partiti quanto gli indipendenti. Successivamente, una volta eletti, i deputati costruiscono sulla base del risultato elettorale nuove coalizioni politiche basate sull’effettivo peso dei gruppi in base ai risultati delle votazioni, di fatto andando a costituire ambiti di appartenenza nuovi e differenti rispetto a quelli pre-elettorali.

La prima analisi del voto dimostra quindi come le forze conservatrici abbiano largamente dominato queste elezioni, sebbene sia necessario qualificare come in tale ambito si sia distribuito il voto tra le diverse correnti. Il numero maggiore di deputati eletti in seno alle forze conservatrici, infatti, appartiene all’area del Fronte Paydari, mentre l’ambito dei cosiddetti “tradizionalisti” – o anche “principalisti”, un tempo maggioritaria – ha registrato una forte flessione rispetto alle precedenti elezioni.

Il Fronte Paydari è stato costituito nel 2011 come coalizione delle forze più radicali in seno alla sfera dei conservatori, formandosi all’interno di un processo di crisi che si determinò alla metà del secondo mandato presidenziale di Mahmood Ahmadinejad. Le profonde divergenze tra i sostenitori della visione radicale del presidente e le altre componenti del sistema conservatore determinarono una progressiva perdita di fiducia in Ahmadinejad da parte della Guida Suprema Ali Khamenei e dei suoi sostenitori, l’ambito tradizionalista, portando l’ala più radicale ad una graduale marginalizzazione. Espressione della seconda generazione del potere iraniano, e quindi quella più vicina all’ambito della Sepah-e Pasdaran, l’area ultra-conservatrice del Fronte Paydari è caratterizzata da una visione politica molto differente da quella tradizionalista. Mentre questi sostengono la necessità di perpetuare i principi rivoluzionari dettati dall’Ayatollah Khomeini e incarnati oggi dalla Guida Suprema Ali Khamenei, nel solco quindi di una tradizione teocratica della Repubblica Islamica, gli esponenti del Fronte Paydari sono portatori di una visione radicale e autoritaria dei principi rivoluzionari, che non ha esitato in passato a contrastare anche concezione teocratica a favore al contrario di un modello autoritario e presidenzialista.

L’ultima fase della presidenza Ahmadinejad, in particolar modo tra il 2011 e il 2013, fu caratterizzata da un’aperta deriva tra il presidente e la Guida Suprema, conclusasi poi con accuse di eresia e cospirazione alla cerchia più stretta del presidente, che ne determinarono la successiva marginalizzazione politica.

Con il passare del tempo, tuttavia, e soprattutto con la crescita di rilevanza della seconda generazione in seno all’ossatura del potere istituzionale, il Fronte Paydari si è costantemente rafforzato politicamente, diventando soprattutto il portatore delle istanze più radicali che accomunano buona parte dell’ampio ed articolato sistema di potere della Sepah-e Pasdaran, tanto nella sua dimensione militare quanto in quella economica.

Questa crescita, tuttavia, è stata accompagnata dal contestuale crescente contrasto tra il Fronte Paydari e le forze tradizionaliste, trasformando l’arena politica iraniana in una dimensione che ormai limita le sue dinamiche alla sola sfera del sistema conservatore, stante la pressoché totale irrilevanza del fronte riformista ormai ridotto drasticamente nei numeri. Questo equilibrio non riflette tuttavia gli orientamenti politici della società iraniana, che attraverso la protesta e il voto ha chiaramente dimostrato la sua distanza dai principi conservatori – e soprattutto da quelli delle formazioni più radicali – ma al contrario dimostra come il potere di veto sulle candidature da parte del Consiglio dei Guardiani ha ormai anemizzato profondamente il dibattito politico, riducendolo ad una mera arena delle forze più vicine all’establishment.

Il potere del Fronte Paydari si è poi fortemente strutturato nel corso degli ultimi quattro anni, successivamente alla riconquista del parlamento da parte delle forze conservatrici e poi con l’elezione del presidente Ebrahim Raisi, determinando un forte mutamento degli indirizzi di politica interna ed estera della Repubblica Islamica. Gli ultraconservatori hanno appoggiato opportunisticamente i tradizionalisti nel contrasto politico con le forze neo-pragmatiche del presidente Hassan Rohani e, una volta sconfitto questo fronte alle elezioni parlamentari del 2020 e a quelle presidenziali dal 2021, hanno apertamente sfidato e contrastato le stesse forze tradizionaliste con l’obiettivo di marginalizzarle alle elezioni politiche di quest’anno e soprattutto delle presidenziali del prossimo.

L’obiettivo del Fronte Paydari, quindi, è adesso quello di consolidare il proprio potere a danno delle formazioni tradizionaliste, e quindi di fatto mettendo in discussione il ruolo stesso della Guida Suprema e dell’entourage di prima generazione che ne costituisce la base di sostegno. Questa competizione politica, tuttavia, potrebbe condurre rapidamente ad una ulteriore radicalizzazione della politica iraniana, stante la visione del Fronte Paydari sui temi della politica interna, sociale ed estera. Fortemente conservatori, sul piano interno auspicano una rigida applicazione delle più restrittive norme sociali, mentre per la politica estera intendono trasformare il forte sentimento anti-americano – e più in generale anti-occidentale – in una proiezione asiatica degli interessi iraniani, che saldi in modo sempre più solido il legame con la Cina e con la Russia. Una visione tanto radicale quanto ingenua, che non tiene conto del peso relativo che la Repubblica Islamica dell’Iran riveste tanto per la Russia quanto soprattutto per la Cina, ma che gli ultraconservatori ritengono invece capace di dar vita ad un nuovo fronte mondiale alternativo e antagonista di quello a guida statunitense.

Il principale obiettivo attuale del Fronte Paydari, tuttavia, è quello di conquistare le elezioni presidenziali del prossimo anno. Questa ambizione porterà verosimilmente ad esacerbare i rapporti all’interno del contesto conservatore, e gli ultraconservatori sfrutteranno la propria capacità di controllo delle amministrazioni pubbliche per alimentare una condotta radicale del governo che nelle aspettative del Fronte andrà a danneggiare principalmente l’immagine delle forze tradizionaliste. Un calcolo politico alquanto pericoloso, tuttavia, che tende a ignorare o minimizzare le istanze sociali della popolazione, che, sebbene la protesta dello scorso anno sia ormai conclusa, continua a domandare con insistenza un mutamento di indirizzo in chiave pluralista e riformista della politica, e che potrebbe degenerare in una nuova e ben più acuta forma di dissenso.

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