Il disinteresse della comunità internazionale verso la duplice crisi del Sudan rischia di permettere una nuova catastrofe umanitaria

Sudan Darfur

La città del El Fashir, capoluogo dello Stato del Darfur Settentrionale e strategico snodo viario verso il Ciad e il Sud Sudan, è dal 10 maggio scorso sotto un sempre più intenso assedio da parte delle Rapid Support Forces (RSF) del generale Dagalo, che la cingono d’assedio compiendo incessanti incursioni nei villaggi limitrofi.

El Fashir è ancora sotto il controllo delle Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale al-Burhan ma rappresenta l’ultimo bastione del controllo governativo nello Stato del Darfur Settentrionale, dove le RSF hanno conquistato il controllo pressoché dell’intero territorio, rafforzandovi anzi la propria presenza dopo il parziale rovesciamento del fronte nell’area della capitale Khartoum e della città satellite Omdurman.

Il controllo della città di El Fashir è strategico per entrambe le forze che si combattono nella sanguinosa guerra civile, soprattutto in conseguenza della sua strategica posizione e dell’intersecarsi delle principali arterie stradali che conducono a sud verso il Darfur meridionale e ad ovest verso il Ciad, ufficialmente schierato al fianco del governo sudanese e delle SAF sebbene abbia assunto un profilo neutrale nelle relazioni della complessa guerra civile. Al tempo stesso, tuttavia, la famiglia del generale Dagalo è originaria del Ciad, e un suo cugino è un generale dell’esercito ciadiano, sospettato di aver fornito assistenza e appoggio alle milizie delle RSF nelle estese e porose aree di confine tra i due paesi[1].

L’interesse per il controllo di El Fashir, inoltre, è determinato dal rappresentare un vitale snodo per i flussi degli aiuti umanitari diretti verso il paese, che entrambe le parti si contendono con tenacia sia al fine di rifornire le aree sotto il rispettivo controllo, sia a fini economici nell’ambito del lucroso mercato nero.

Nella città, inoltre, si sono rifugiate decine di migliaia di sfollati dalle regioni centrali e meridionali del Sudan, per sfuggire al conflitto che inizialmente imperversava soprattutto nell’area della capitale. Si stima che siano presenti oggi al El Fashir poco meno di un milione di persone, a fronte di una popolazione originaria di circa 250.000 abitanti, poi raddoppiata nella seconda metà dello scorso decennio per l’arrivo dei primi flussi di profughi provenienti dal Darfur centrale e meridionale, e ulteriormente raddoppiata nel corso dell’ultimo anno dopo l’intensificarsi dei combattimenti tra le SAF e RSF nell’area della capitale.

Le forze delle RSF hanno incrementato nel corso degli ultimi mesi il loro controllo sull’intero Darfur, arrivando a occuparlo quasi interamente, e la conquista della città di El Fashir rappresenta in tal modo un obiettivo primario per il generale Dagalo, che potrebbe disporre in tal modo di uno snodo viario strategico attraverso il quale non solo controllare i flussi degli aiuti militari e del carburante, quanto anche incrementare il sostegno logistico apparentemente concesso da alcuni suoi alleati in Ciad, consolidando significativamente il radicamento delle RSF nel territorio e potendo pianificare un suo rafforzamento in previsione di una continuazione delle operazioni nel Sudan centrale.

I combattimenti iniziati lo scorso 10 maggio per la conquista della città sono stati caratterizzati da una elevata intensità, soprattutto da parte delle RSF, che hanno impiegato indiscriminatamente contro El Fashir ogni tipo di artiglieria a loro disposizione, provocando un elevato numero di vittime tra la popolazione locale e determinando i presupposti per una crisi umanitaria di ampia dimensione, che le stesse Nazioni Unite cercano di scongiurare, sebbene con modesti risultati[2].

La strategia delle RSF in questa fase di rinnovata intensità de combattimenti sembra essere concentrata sul colpire prevalentemente la popolazione civile, costringendola a fuggire dalla città in conseguenza di continui attacchi, incursioni e saccheggi alla sua periferia, determinando una situazione ingestibile per le forze governative, stremate da mesi di assedio e il cui rifornimento è diventato sempre più difficoltoso[3].

Non sono tuttavia esenti da responsabilità anche le forze delle SAF e le milizie a queste alleate, accusate di sovente di aver cercato di impedire l’esodo degli sfollati, di aver esercitato violenze sommarie soprattutto a sfondo etnico, e anche di aver rifiutato qualsiasi ipotesi di negoziato con le RSF, anche dopo l’appello lanciato dal Segretario di Stato USA Antony Blinken nell’ultima settimana dello scorso mese di maggio[4].

Per alleviare invece la grave crisi in corso nella città e per rifornire le truppe della Sesta divisione di fanteria dell’esercito, ormai allo stremo, le forze governative delle SAF hanno disposto nei giorni scorsi una serie di aviolanci attraverso l’impiego di droni e piccoli aerei da trasporto, inviando munizioni e armamenti atti a consentire alle proprie truppe in loco di non essere sopraffatte dalla dilagante offensiva sferrata dalle RSF[5].

I rifornimenti hanno quindi permesso alle forze delle SAF e alle milizie armate locali che le sostengono di sferrare una controffensiva il 5 giugno, impegnando le forze delle RSF nell’area del mercato cittadino, dove erano riuscite a spingersi il giorno precedente nel corso di un’incursione, cui è seguito un intenso fuoco di artiglieria da parte delle RSF in direzione della città, dove sono state colpite aree abitate e campi profughi, provocando secondo le informazioni riportare da alcuni organi di stampa sudanese numerose vittime.

Allo stesso tempo, l’aeronautica militare sudanese e il ministero della Sanità hanno organizzato ulteriori aviolanci, recapitando nella città assediata circa 20 tonnellate di medicinali, destinati a rifornire l’unico nosocomio rimasto in attività ad El Fashir, l’Ospedale Meridionale, pure più volte colpito dall’artiglieria delle RSF[6].

Si è in tal modo determinata nuovamente una situazione di stallo nei combattimenti per il controllo della città, caratterizzata dal sostanziale equilibrio di forze tra le RSF e le SAF, mentre si è acuita la situazione umanitaria in conseguenza dell’impossibilità di fare accedere le urgenti forniture degli aiuti alimentari, che rischiano di provocare una crisi di enormi proporzioni e sulla quale le Nazioni Unite hanno lanciato da mesi l’allarme.

La violenza dilaga nuovamente anche nel Sudan centrale e meridionale

Non sono solo i combattimenti ad El Fashir a determinare un nuovo ulteriore deterioramento della stabilità del Sudan. Il 31 maggio nuovi violenti scontri sono scoppiati nella capitale, Khartoum, nello Stato di Gezira e in quello del degli Stati del Nilo, dove le forze delle SAF hanno cercato di contenere una nuova iniziativa militare delle RSF ad ampio raggio.

La capitale, dove le SAF e le RSF continuano a dividersi il controllo della città attraverso la propria presenza in una disomogenea distribuzione delle rispettive forze, continua ad essere ciclicamente interessata da violenti scontri per il controllo delle principali infrastrutture energetiche e industriali. Il 31 maggio le RSF hanno cercato di conquistare la vitale raffineria della Al Jalili Petroleum, nel nord della città, per assicurarsi la capacità di produzione dei combustibili necessari ad alimentare lo sforzo militare, venendo tuttavia respinti dalle SAF che hanno colpito le forze nemiche anche attraverso alcune sortite dei caccia dell’aeronautica militare[7].

L’attacco alla raffineria è stato lanciato dalle RSF dalla città di Bahri, poco a nord della capitale, che è ancora sotto il controllo delle forze del generale Dagalo, sebbene di fatto circondata dalle SAF che controllano numerosi dei villaggi limitrofi oltre alle importanti basi militari di Hattab e Kadroo.

Scontri sono stati segnalati anche nello Stato di Gezira, e in particolar modo nel capoluogo Wad Madani, conquistato lo scorso dicembre dalle RSF e che rappresenta oggi una delle principali basi logistiche delle forze poste al comando del generale Dagalo.

A destare preoccupazione, inoltre, è la sempre più grave situazione dello Stato regionale del Darfur, ormai quasi interamente sotto il controllo delle RSF, dove le milizie paramilitari del generale Dagalo sono tornate a condurre una spietata politica di pulizia etnica contro le comunità locali africane non arabe. Sono in particolar modo oggetto di violenze gli appartenenti alle etnie Masalit, Fur e Zaghawa, già fortemente colpite oltre vent’anni fa della spietata azione delle milizie janjaweed, da cui sorsero poi in larga misura le RSF stesse.

Notizie di nuovi massacri, stupri e saccheggi giungono incessantemente dal Darfur, determinando una crisi nella crisi che rischia ancora una volta di determinare un esodo dalla regione e una crisi umanitaria senza precedenti. Secondo le stime delle organizzazioni non governative presenti in loco il bilancio delle vittime dell’ultimo anno potrebbe aver raggiunto i 150.000 morti, con oltre 9 milioni di sfollati e 25 milioni di persone in tutto il paese in urgente necessità di ricevere aiuti umanitari[8].

L’assedio di El Fashir rappresenta in tal modo solo il principale dei numerosi episodi di violenza che interessano il Darfur, dove le RSF stanno conducendo una sistematica campagna di pulizia etnica attraverso la distruzione dei villaggi, l’esercizio della brutalità sulla popolazione etnicamente africana e l’intento deliberato di costringerle ad abbandonare la regione e fuggire in campi profughi che sono ormai disseminati in tutto il paese e negli stati confinanti.

L’organizzazione umanitaria Human Rights Watch ha chiesto alle Nazioni Unite e all’Unione Africana di imporre urgentemente un embargo sulle armi al Sudan, perseguendo i responsabili dei crimini e avviando al contempo una missione umanitaria per impedire che l’azione delle RSF possa generare ulteriori vittime in tutto il Darfur. In un rapporto di oltre 200 pagine dal titolo “I Masalit non torneranno a casa: pulizia etnica e crimini contro l’umanità a El Genina, Darfur Occidentale, Sudan”[9], HRW ha documentato come le RSF abbiano sistematicamente condotto un’azione di pulizia etnica a danno delle popolazioni non arabe, attraverso una serie di incessanti attacchi nel corso dei quali sono state perpetrate inaudite violenze contro la popolazione, attraverso omicidi di massa, stupri, torture e saccheggi.

L’allarme lanciato dall’organizzazione umanitaria è inteso ad impedire che massacri delle proporzioni di quelli compiuti vent’anni fa, e che generarono una forte risposta da parte della comunità internazionale e dell’ONU, possano ripetersi nell’ambito della contestuale crisi dettata dal conflitto civile tra le SAF e le RSF, lamentando tuttavia come le crisi in Ucraina e a Gaza abbiano di fatto oscurato il conflitto sudanese permettendo ancora una volta che la violenza potesse essere perpetrata senza la necessaria attenzione mediatica.

SCENARIO

Il conflitto sudanese non accenna a diminuire di intensità, mentre sono sistematicamente falliti tutti i tentativi negoziali proposti soprattutto dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti. Nuovi intensi combattimenti sono iniziati in numerose aree del paese, mentre gli equilibri di forza tra le Forze Armate Sudanesi del generale al Burhan e le Forze di Supporto Rapido del generale Dagalo sembrano essere tornate in una condizione di apparente eguaglianza, non permettendo all’una di prevalere sull’altra ma intensificando al tuttavia la portata dei combattimenti.

Al tempo stesso, una crisi nella crisi continua a manifestare i suoi drammatici effetti nello Stato regionale del Darfur, ormai quasi completamente sotto il controllo delle RSF. L’assedio alla città di EL Fashir, ultimo avamposto regionale ancora sotto il controllo delle SAF, è da mesi sotto assedio e l’enorme numero di sfollati che vi hanno trovato rifugio è ormai allo stremo e in urgente necessità di aiuti umanitari. Le forze delle RSF non solo hanno accerchiato la città ma conducono una sistematica politica di pulizia etnica a danno delle popolazioni non arabe in tutto il Darfur, con il rischio di ripetere la drammatica esperienza di violenza già subita da queste popolazioni nel corso del conflitto di vent’anni orsono.

L’attenzione generata dal conflitto in Ucraina e quello a Gaza, tuttavia, non sembra concedere particolari spazi in direzione di una forte iniziativa internazionale a favore del Sudan, lasciando presumere che l’andamento del conflitto tra le SAF e le RSF e le contestuali violenze etniche in Darfur possano continuare senza alcun intervento esterno atto a limitarne gli effetti.


[1] “Sudan’s connections with CAR, Chad could cause conflict to spread”, in Africa Defense Forum Magazine, 30 maggio 2023

[2] DAFALLA, Eisa, “RSF go on rampage in Sudan’s Al-Fashir amid warnings of dire humanitarian implications”, in The New Arab, 6 giugno 2024

[3] “Mass exodus from El Fasher amidst intensifying conflict in North Darfur”, in Sudan Tribune, 3 giugno 2024

[4] OGAO, Emma, “Sudanese army rejects calls to deescalate fighting in El Fasher”, Iin ABC News, 31 maggio 2024

[5] “Fighting intensifies in El Fasher as Sudanese army airdrops supplies”, in Sudan Tribune, 5 giugno 2024

[6] “Besieged El Fasher receives life-saving medicines airdrop”, in Sudan Tribune, 3 giugno 2024

[7] ABDELRHEEM, Adel, “Violent clashes erupt in parts of Sudan”, in Anadolu Ajansi, 3 giugno 2024

[8] ALI, Mutasim, “Sudanese militias are committing genocide in Darfur – Again”, in Foreign Policy, 5 giugno 2024

[9] “The Massalit will not come home. Ethnic cleansing and crimes against humanity in El Genina, West Darfur, Sudan” Human Rights Watch, 9 maggio 2024

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