Il contesto politico delle elezioni presidenziali iraniane del 2024 e le contrastanti posizioni all’interno della sfera dei conservatori

Iran Elezioni

In seguito alla morte del presidente Ebrahim Raisi lo scorso 19 maggio in un incidente aereo è stata data applicazione delle disposizioni dell’art. 131 della costituzione iraniana, che prevede il trasferimento pro tempore dei poteri al primo vicepresidente, al presidente del parlamento e al vertice del potere giudiziario, per organizzare nuove elezioni entro il termine massimo di cinquanta giorni.

Il governo ad interim ha quindi sottoposto all’Assemblea degli Esperti la data di venerdì 28 giugno come proposta per le elezioni presidenziali, anticipandola di dieci giorni rispetto alla scadenza di quanto previsto dalla Costituzione, vedendo accolta la richiesta[1].

In tal modo è stata autorizzata la possibilità di sottoporre le candidature all’Agenzia di Monitoraggio delle Elezioni, la commissione presieduta dal Consiglio dei Guardiani che è investita del potere insindacabile di valutare e approvare le candidature, o respingerle, e che comunicherà entro il prossimo 12 giugno la lista dei candidati ammessi alle elezioni.

Il Consiglio dei Guardiani è composto da dodici membri, dei quali sei devono essere dei giuristi esperti di diritto islamico (o faqih) nominati direttamente dalla Guida Suprema, e sei dei giuristi esperti in diversi ambiti del diritto e nominati dal vertice del potere giudiziario (nominato a sua volta dalla Guida Suprema) tra i magistrati della Corte Suprema, e poi ratificati dal parlamento. Si configura in tal modo una fisionomia del Consiglio dei Guardiani quale apparato strettamente espresso dal vertice del potere non elettivo, fortemente controllato dalla Guida Suprema e dal suo ufficio e quindi scarsamente rappresentativo del volere popolare, che nella maggior parte delle occasioni ha operato le proprie scelte impedendo la candidatura degli esponenti ritenuti meno allineati ai principi di governo della Repubblica Islamica.

Il Consiglio dei Guardiani è investito quindi di un ruolo tanto unico quanto cruciale nella selezione delle possibili candidature alle elezioni (tanto presidenziali, quanto parlamentari o del Consiglio degli Esperti) e nel corso degli ultimi anni ha provveduto a squalificare in più occasioni i principali candidati di area riformista e pragmatica, così come ad opporre il proprio veto alle leggi proposte dal parlamento e ritenute non conformi ai principi di indirizzo generale della Repubblica Islamica.

A presiedere il Consiglio dei Guardiani è l’anziano ayatollah Ahmad Jannati (97 anni), esponente clericale di prima generazione notoriamente molto vicino alla Guida Suprema e con una lunga esperienza di incarichi istituzionali nella storia della Repubblica Islamica. Strenuo oppositore del riformismo e portatore di una visione oscurantista e radicale, l’ayatollah Jannati è stato lo strumento per oltre un decennio delle principali esclusioni di candidati elettorali, anche eccellenti.

La decisione di abbreviare i termini per le elezioni, in questo contesto, sembra dimostrare quindi come si intenda orientare le stesse in modo da favorire i “candidati di sistema”, che dispongono di una consolidata base elettorale, a danno invece degli indipendenti e quelli di opposizione (perlopiù di area riformista e pragmatica), che disporranno di un intervallo di tempo estremamente breve per condurre la campagna elettorale. Essendo attesa per il 12 giugno la pronuncia del Consiglio dei Guardiani nel merito dell’approvazione delle candidature, l’elezione del nuovo presidente potrà essere condotta in tal modo attraverso una campagna elettorale di soli sedici giorni[2].

Essendo le elezioni presidenziali originariamente previste per il mese di giugno del 2025, inoltre, la morte di Raisi ha colto di sorpresa il contesto politico, che in alcun modo aveva ancora avviato alcuna delle tradizionali attività all’interno delle diverse coalizioni per la selezione dei possibili candidati. Questa circostanza rischia in tal modo di penalizzare soprattutto le candidature di quegli esponenti che – al netto della preventiva approvazione da parte del Consiglio dei Guardiani – hanno necessità di costruire una più ampia base di consenso attraverso la presentazione di un programma e la sua condivisione all’interno delle diverse componenti del sistema politico iraniano.

Le elezioni presidenziali del prossimo giugno, inoltre, si collocano nel contesto di una trasformazione politica all’interno del parlamento determinata dall’esito delle ultime elezioni politiche dello scorso 1° marzo, che hanno sancito la netta affermazione delle forze ultra-radicali (i cosiddetti “paydari”) a danno di quelle tradizionaliste (i cosiddetti “principalisti”). I “paydari” rappresentano principalmente le istanze politiche e ideologiche della seconda generazione, mentre i “principalisti” sono tradizionalmente espressione di quelle della prima generazione del potere, in un conflitto tutto interno alla sfera dei conservatori dopo la sostanziale marginalizzazione delle formazioni riformiste e pragmatiche[3].

Tale risultato ha colto di sorpresa gli stessi vertici di prima generazione del potere, che lo hanno peraltro determinato attraverso il consenso al tradizionale ruolo pervasivo del Consiglio dei Guardiani, che, squalificando centinaia di candidati perlopiù di area pragmatica e riformista, hanno determinato una scarsissima affluenza alle urne (40,64%, una media di gran lunga al di sotto delle precedenti elezioni) permettendo ai candidati di area ultra-conservatrice di poter contare sulla propria solida base elettorale a favore dei propri candidati. Il voto ballottaggio per i 45 deputati che non avevano raggiunto la maggioranza nelle rispettive circoscrizioni si è poi tenuto il 24 marzo, e anche per questa residuale parte gli esiti del voto hanno confermato l’affermazione dell’area ultra-conservatrice[4].

Il 1° marzo, inoltre, si era votato anche per il rinnovo dei membri dell’Assemblea degli Esperti, l’organo istituzionale che ha anche la competenza di individuare ed eleggere la Guida Suprema, e anche in questo contesto le forze più radicali hanno ottenuto un importante risultato, soprattutto a danno di quelle di area principalista[5].

I “paydari”, sono espressione di un gruppo politico noto come Fronte di Stabilità della Rivoluzione Islamica, che ha tra i suoi fondatori l’ayatollah ultra-radicale Mesbah Yazdi (deceduto nel 2021) e lo stesso Ahmad Jannati, e rappresentano la frangia più estrema del conservatorismo iraniano. Affermatisi politicamente nel primo decennio degli anni Duemila, riuscirono a conquistare la presidenza della Repubblica nel 2005 con l’ex presidente Mahmood Ahmadinejad, pur restando all’epoca minoranza all’interno del fronte dei conservatori, dominati sino a poco tempo fa dal gruppo dei “principalisti”.

Sono caratterizzati da un’agenda politica estremamente radicale, fortemente contraria a qualsiasi progetto di riforma soprattutto in chiave sociale e sostenitori di una visione critica verso l’apertura all’Occidente, favorendo al contrario il consolidamento di un modello politico autoritario che vede nella Sepah-e Pasdaran (l’IRGC, o Guardiani della Rivoluzione) il baluardo del potere statale e delle sue prerogative di indirizzo strategico.

Nel contesto del vasto ambito del conservatorismo, grazie anche all’ormai pressoché assente variabile d’opposizione connessa ai riformisti e ai pragmatici, i “paydari” si sono posti progressivamente in posizione di contrasto nei confronti dei “principalisti”, dei quali contestano l’approccio cauto e pragmatico nella gestione tanto della politica interna quanto estera e di sicurezza.

Sebbene formalmente sostenitori dell’impianto costituzionale iraniano, impostato intorno al principio del velayat-e faqih (e quindi del ruolo di supremazia della Guida Suprema), sono al contrario ormai occultamente promotori di istanze altamente divergenti da questo modello, rappresentando perlopiù una generazione (la seconda) che non è di espressione clericale e che guarda al futuro del sistema istituzionale dell’Iran da una nuova prospettiva. Tali posizioni erano già emerse nel corso del secondo mandato del presidente Mahmood Ahmadinejad, quando le frange dei “paydari” avevano alimentato una forte narrativa strumentalmente impostata in funzione del “mahadismo” (e quindi al ritorno del dodicesimo Imam dal suo periodo di occultamento), attraverso la quale avevano in modo non troppo dissimulato formulato la propria critica al ruolo della Guida e, di fatto, sostenuto la necessità di una trasformazione istituzionale orientata verso un rafforzamento del presidenzialismo autoritario.

Tendenza che sembra riemergere con vigore in questa fase della politica iraniana, caratterizzata tuttavia rispetto al passato da una ben maggiore rilevanza dei “paydari”, in conseguenza soprattutto dell’ormai quasi completo processo di transizione tra la prima e la seconda generazione del potere.

Come e quanto questa compagine abbia oggi la capacità di mutare i principali paradigmi politici e strategici del paese lo si è visto in occasione del recente attacco ad Israele, che ha rappresentato il superamento di una storica “linea rossa” della prima generazione, così come nella legittimazione del dibattito politico nel merito della possibilità di mutare la natura del programma nucleare anche in direzione dello sviluppo di un’arma atomica, se le condizioni della sicurezza regionale e globale lo dovessero richiedere. Una ulteriore forzatura di un’altra storica e ben consolidata “linea rossa” della prima generazione, che aveva da decenni impedito qualsiasi spinta in direzione della militarizzazione del programma nucleare anche attraverso l’emanazione di pronunce religiose (fatwa) e reiterati richiami all’incompatibilità di tale opzione con i basilari principi dell’Islam sciita[6].

L’elezione del presidente della Repubblica, pertanto, rappresenta un’importante opportunità per i “paydari”, che hanno adesso l’opportunità di conquistare l’ultima carica elettiva delle istituzioni non ancora sotto il proprio diretto controllo e imprimere in tal modo un deciso impulso alla politica iraniana secondo i canoni ideologici dell’area ultra-conservatrice[7].

Le sfide che li attendono sono importanti, e per certi versi epocali, come nel caso della successione alla Guida Suprema Ali Khamenei, ormai ottantaquattrenne e malato. Nel merito di tale scenario sono presenti diversi orientamenti all’interno della sfera conservatrice, che spaziano dalla continuità auspicata dalla prima generazione e dai “principalisti”[8] sino a diverse ipotesi di trasformazione sostenute invece dalla seconda generazione e in particolar modo dal fronte dei “paydari”[9]. Tra questi sembra prevalere un orientamento a sostegno del rafforzamento dell’istituto presidenziale, che presenta tuttavia complessi e divergenti scenari nel merito del futuro ruolo della Guida Suprema, che includono la sua continuità sebbene attraverso un processo di riforma costituzionale (in chiave riduttiva, come lo fu anche nella transizione tra la prima Guida, Ruollah Khomeini, e la seconda, Ali Khamenei) o la sua definitiva trasformazione in un organo meramente consultivo sul piano religioso, senza capacità di esercizio del potere politico (di fatto ricalcando il modello prefigurato dall’ultimo primo ministro dello Scià, Shapour Bakhtiar).

La seconda generazione, e quindi anche i “paydari”, non nutre un particolare interesse per la continuità dell’attuale ruolo della Guida Suprema, impostato al predominio di una teocrazia di cui non sono né parte né espressione. La trasformazione dell’istituto che regola i poteri della Guida Suprema, tuttavia, è una faccenda alquanto complessa e delicata, che rischia di compromettere i pilastri ideologici della Repubblica Islamica stessa, e che deve quindi transitare attraverso una strategia atta a preservare il carattere originario del modello rivoluzionario stemperando in una certa misura quello islamico. Un processo che potrebbe essere perseguito attraverso il rafforzamento della presidenza e degli organi istituzionali chiamati a definire le politiche generali di indirizzo del paese (tra i quali soprattutto il Consiglio Supremo Nazionale per la Sicurezza), ma che deve tener conto in ogni caso della salvaguardia dell’aspetto religioso che per quarantacinque anni ha caratterizzato l’immagine stessa dell’impianto istituzionale.

SCENARIO

La morte del presidente Raisi – le cui circostanze appaiono ancora alquanto controverse – pone il problema di anticipare di un anno le elezioni rispetto alla data originariamente programmata per il giugno 2025, in un contesto politico che non aveva ancora predisposto le tradizionali consultazioni pre-elettorali tra i diversi blocchi dell’eterogena compagine politica iraniana. Oltre al problema del dover individuare in tempi molto ristretti i candidati, oltretutto, si pone quello della scadenza anticipata per le elezioni fissata dal governo al 28 giugno, limitando di fatto i tempi della campagna elettorale dei candidati a sole due settimane, dopo l’approvazione da parte del Consiglio del Guardiani.

Tale scenario porta a ritenere che i soli “candidati di sistema”, e quindi quelli che dispongono di una consolidata base elettorale in virtù della propria notorietà o dell’appartenenza a uno dei principali gruppi politici, avranno reali possibilità di poter concorrere alle elezioni presidenziali.

Si presenta quindi ancora una volta uno scenario dove con ogni probabilità la vera dimensione della competizione resterà all’interno del contesto delle forze conservatrici, dove tuttavia le componenti ultra-radicali potrebbero nuovamente affermarsi – dopo le elezioni parlamentari – a danno di quelle tradizionaliste, definendo in modo sempre più netto il peso della seconda generazione del potere all’interno delle istituzioni.

La vera incognita di queste elezioni, per il vertice della Repubblica Islamica, è tuttavia quello di garantirne la credibilità e la legittimità attraverso una consistente affluenza al voto. Circostanza che potrebbe spingere la Guida e il Consiglio dei Guardiani ad accettare la candidatura di qualche esponente di rilievo dell’area riformista o pragmatica con l’obiettivo di incentivare gli elettori a recarsi alle urne. Aprendo tuttavia alla possibilità di risultati sgraditi e di difficile gestione politica.


[1] ASMAR, Ahmed, “Iranian presidential election to be held on June 28 after deadly helicopter crash”, in Anadolu Ajansi, 20 maggio 2024

[2] WINTOUR, Patrick, “Ebrahim Raisi’s death pushes Iranian elections process into spotlight”, in The Guardian, 20 maggio 2024

[3] SOLOMON, Erika, “After Raisi’s death, elections pose tricky test for Iran’s rulers”, in New York Times, 21 maggio 2024

[4] NADA, Garrett, “Election results: hardliner gain, turnaout low”, The Iranian Primer, United States Institute for Peace, 13 maggio 2024

[5] VAKIL, Sanam, “Iran’s electoral façade”, in Chatham House, 4 marzo 2024

[6] “Understanding Iran’s increasingly open rhetoric about atomic bombs”, in Al Monitor, 12 maggio 2024

[7] JACINTO, Leela, “Iran’s hardline Paydari Front eyes a political vacuum after Raisis death”, in France 24, 21 maggio 2024

[8] MAZHARI, Mohammad, “The curse of succession in Iran”, in Stimson Center, 22 maggio 2024

[9] “Iran elections highlight political rivalries, leadership succession”, in Amwaj, 6 marzo 2024

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