Il Consiglio dei Guardiani annuncia i nomi dei candidati alle elezioni presidenziali, aprendo ufficialmente la campagna elettorale

Qalibaf

Il Consiglio dei Guardiani, con due giorni di anticipo rispetto alla data inizialmente stabilita, ha comunicato l’elenco dei candidati ammessi alle elezioni presidenziali del prossimo 28 giugno, selezionandone sei tra gli ottantuno che avevano sottoposto la domanda di candidatura. Sono stati in tal modo giudicati idonei per concorrere alle elezioni presidenziali l’attuale presidente del parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, l’ex negoziatore dell’accordo sul programma nucleare Saeed Jalili, il sindaco di Tehran Alireza Zakani, il deputato Masoud Pezeshkian, l’ex ministro dell’Interno Mostafa Pourmohammadi e uno dei vicepresidenti del governo di Ebrahim Raisi, Amir-Hossein Ghazizadeh Hashemi.

Non sono stati ammessi alle elezioni, invece, l’ex presidente del parlamento Ali Larijani, l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad, e l’ex vice-presidente Eshaq Jahangiri, ritenuti inizialmente tre candidati potenzialmente dotati di un notevole potenziale[1]. Numerose organizzazioni clericali stanno tuttavia insistendo per un ripescaggio della candidatura di Larijani, aprendo la porta ad ulteriori possibili evoluzioni[2].

La rosa dei candidati presidenziali

Dei sei candidati ammessi dal Consiglio dei Guardiani alle prossime elezioni presidenziali, uno solo è ascrivibile all’area centrista e riformista mentre i restanti cinque sono di area conservatrice, sebbene con posizioni diverse tra loro[3].

Larga parte della stampa iraniana sembra voler attribuire a Mohammad Baqer Qalibaf un ruolo preminente in queste elezioni, individuandolo in modo abbastanza palese come il candidato dotato delle maggiori probabilità di vittoria. Nato nella provincia di Mashad nel 1961, Qalibaf partecipò da giovane alla rivoluzione del 1978/79 arruolandosi poco dopo nella Sepah-e Pasdaran, nei cui ranghi ha combattuto tutti gli otto anni del conflitto scalandone in breve tempo le gerarchie. Dopo il conflitto è divenuto uno dei più influenti elementi dell’IRGC, dirigendone il potente apparato economico ed assumendo poi sia il ruolo di comandante delle forze di polizia che delle forze aerospaziali, per transitare alla politica nel 2005, quando si candidò senza successo alle elezioni presidenziali ma venne poi eletto alla carica di sindaco di Tehran[4].

Il mandato alla guida della capitale gli ha conferito prestigio e una positiva notorietà in conseguenza dei notevoli risultati ottenuti, venendo eletto per un secondo mandato nel 2007 e convincendolo a ripresentarsi alle elezioni presidenziali in altre due occasioni – nel 2013 e nel 2017 – venendo tuttavia sconfitto.

Sebbene coinvolto in scandali di corruzione che per lungo tempo hanno dominato le prime pagine della stampa iraniana[5], la reputazione di Qalibaf sembra essere transitata relativamente indenne all’interno delle dinamiche del fazionalismo iraniano, consentendo una nuova candidatura presidenziale ritenuta da molti come potenzialmente dotata delle maggiori possibilità di successo.

In termini di posizionamento politico, Qalibaf ha dimostrato uno spiccato pragmatismo nel navigare all’interno delle tumultuose acque che hanno caratterizzato la politica iraniana degli ultimi anni. Notoriamente favorevole in passato all’apertura verso un dialogo con gli Stati Uniti, sostenitore di alcune delle istanze della società giovanile durante gli anni del riformismo e acceso oppositore delle frange più radicali del conservatorismo politico, Qalibaf si è ha parzialmente riposizionato politicamente nel corso degli ultimi anni, seppur sempre mantenendo una collocazione stabilmente visibile all’interno dell’area principalista. Leale agli ideali rivoluzionari e islamici, non ha mai assunto posizioni ostili alla prima generazione del potere, riconoscendone il ruolo e l’autorità anche in questa fase conclusiva della transizione generazionale, dove si colloca come elemento di cerniera tra la prima e la seconda generazione nel solco della continuità e della ricerca di una soluzione di compromesso nel sempre più acceso dibattito politico.

Il secondo candidato ammesso è l’ex capo negoziatore per l’accordo sul programma nucleare, Saeed Jalili, nato nel 1965 a Mashad. Dopo aver combattuto nel corso della guerra contro l’Iraq nei ranghi dei Basij iniziò la propria carriera accademica presso la facoltà di scienze politiche dell’università Imam Sadeq, assumendo al contempo incarichi anche in seno al Ministero degli Esteri, in virtù dei quali venne eletto prima come vice-ministro degli esteri per i primi due anni del mandato presidenziale di Mahmud Ahmadinejad e poi come responsabile del negoziato sul nucleare. Nominato a capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale nel 2007, è rimasto in tale carica sino al 2013, caratterizzandosi come uno strenuo oppositore delle politiche di apertura verso gli Stati Uniti e più in generale la comunità internazionale.

La collocazione politica di Saeed Jalili è certamente di area ultra-conservatrice, come dimostrato anche dal sostegno ricevuto dal partito di riferimento dell’area “paydari”, il Fronte di Stabilità della Rivoluzione Islamica, alla sua candidatura presidenziale del 2013, quando venne sconfitto da Hassan Rohani, collocandosi al terzo posto dopo Qalibaf. Di carattere riservato e schivo, Jalili non ha mai nascosto le sue posizioni politiche, sebbene calibrando sempre con attenzione il peso delle parole e soprattutto delle esternazioni pubbliche, riuscendo a collocarsi nell’area ultra-conservatrice nell’ambito delle figure meno interessate dai clamori mediatici.

Il terzo candidato è Amir-Hossein Ghazizadeh Hashemi, uno dei vice-presidenti della Repubblica nell’ambito del mandato del defunto presidente Ebrahim Raisi, di professione chirurgo e dal 2008 al 2021 deputato al parlamento. Hashemi è a capo della potente Fondazione dei Martiri e degli Affari dei Veterani, che rappresenta un importante collettore del potere economico e politico della Sepah-e Pasdaran. È un personaggio scarsamente noto, tanto in Iran quanto soprattutto all’estero, che appartiene politicamente come Jalili all’area degli ultra-conservatori e la cui candidatura potrebbe essere finalizzata – come spesso accade nelle presidenziali iraniane – a sostenere quella di Jalili per poi ritirarsi e convogliarne i voti a suo favore.

Il quarto candidato è l’attuale sindaco di Tehran, Alireza Zakani, nato nella capitale nel 1966 ed entrato in politica come parlamentare nel 2004, nei ranghi del partito Società dei Ricercatori del Percorso della Rivoluzione Islamica, una formazione di area conservatrice ascrivibile all’area principalista. Personaggio politico poco noto prima della sua elezione a sindaco di Tehran, Zakani è stato oggetto di frequenti critiche nel corso del suo mandato di sindaco della capitale, iniziato nel 2021, soprattutto per i ruvidi tratti caratteriali e per essere considerato uno zelante quanto opportunistico rappresentante del fronte conservatore principalista. Tratti peraltro ampiamente visibili anche nella linea del suo partito, di cui è segretario generale, che ha in passato appoggiato il fronte dei “paydari” all’epoca della presidenza di Ahmadinejad, salvo poi prenderne le distanze nel 2011 quando la parabola dell’ex presidente si avviò in direzione di una china sfavorevole e conflittuale con la stessa Guida Suprema. Zakani è stato un membro delle milizie paramilitari Basij e accusato di aver partecipato alla repressione studentesca del 1999, diventando poi un acceso contestatore del presidente Rohani e del dialogo con la comunità internazionale per la definizione di un accordo sul programma nucleare.

Il quinto candidato, Mostafa Pourmohammadi, è l’unico esponente del clero tra coloro che concorreranno alle elezioni presidenziali del 2024. Nato a Qom nel 1960, dove ha frequentato il seminario Haqqani, ha partecipato in giovane età alla rivoluzione, assumendo poi incarichi nella magistratura ordinaria e militare. In tale contesto è stato più volte accusato di essere implicato nel massacro dei prigionieri politici uccisi nel 1988 nelle carceri di Tehran, all’epoca in cui l’ex presidente Raisi era il vice-procuratore generale della capitale. Da sempre vicino all’apparato della sicurezza, ha ricoperto a soli 27 anni il ruolo di viceministro dell’intelligence, mantenendolo per dodici anni e assumendo poi l’incarico di ministro dell’Interno nel corso del primo mandato della presidenza Ahmadinejad. Il sodalizio con il presidente di area ultra-radicale fu di breve durata, tuttavia, venendo sostituito già nel 2008 nell’ambito di un rimpasto di governo caratterizzato da numerose polemiche. Pourmohammadi aveva infatti criticato la gestione del presidente e, sembra, denunciato gravi irregolarità alla stessa Guida Suprema, dimostrando in tal modo la sua appartenenza all’area principalista del fronte conservatore, in sempre più netta opposizione a quella ultra-radicale dei “paydari”[6].

Nominato ministro della Giustizia nel primo mandato del governo Rohani, non ha poi assunto tale carica nel secondo mandato, assumendo una posizione relativamente defilata dal 2017 come segretario generale del Consiglio Supremo dell’Associazione del Clero Combattente. Curiosamente era stato squalificato lo scorso gennaio dal Consiglio dei Guardiani dopo essersi candidato per le elezioni all’Assemblea degli Esperti, con motivazioni non note[7].

Il sesto e ultimo candidato, Masoud Pezeshkian, è l’unico di area riformista ammesso alle elezioni. Nato nel 1954 a Mahabad, nella provincia dell’Azerbaijan occidentale, Pezeshkian è un medico cardiologo di formazione e l’ex preside della facoltà di medicina dell’università di Tabriz. Tra il 2001 e il 2005 è stato ministro della Sanità del governo riformista di Mohammad Khatami, candidandosi poi alle elezioni parlamentari del 2008. Feroce critico del presidente Ahmadinejad, Pezeshkian condannò le violenze nella repressione del movimento dell’“onda verde”, acquistando all’epoca una certa popolarità tra le generazioni più giovani e i simpatizzanti del movimento riformista. Per lungo tempo ai margini della politica, sebbene continuando ad essere deputato, dal 2016 al 2020 è stato primo vicepresidente del parlamento, ed è tornato poi alle cronache della stampa nel 2022, in occasione delle proteste che sono seguite all’uccisione della giovane Mahsa Amini, quando ha fortemente criticato il governo e la repressione[8].

Alla luce delle candidature ammesse dal Consiglio dei Guardiani, quindi, l’analisi della selezione dei partecipanti alle prossime elezioni si presta in tal modo a speculazioni di diversa natura. Il primo elemento di interesse è dato dalla presenza di un solo candidato apparentemente forte e dotato di una propria piattaforma politica – Qalibaf – mentre gli altri sono tecnocrati di seconda linea che difficilmente potranno sviluppare una propria solida base elettorale in una campagna che durerà meno di tre settimane. La scelta dei candidati sembra aver sapientemente favorito l’area principalista con tre candidature, mentre quella di area ultra-conservatrice ne include due e una sola nell’area riformista. La presenza di un candidato di area non conservatrice è stata ammessa con ogni probabilità per incentivare l’affluenza alle urne, che rappresenterà la vera discriminante di queste elezioni, sebbene aprendo alla candidatura di una figura relativamente debole e da tempo assente dalla scena politica.

Il calcolo politico della Guida Suprema è dell’establishment di prima generazione sembrerebbe essere stato quello di una selezione capace di favorire l’elezione un presidente di area principalista affidabile e leale ai principi di governo del paese, che possa svolgere un ruolo chiave nel completamento della transizione generazionale e, presumibilmente, anche nella successiva fase che dovrà gestire l’incerta nomina della prossima Guida Suprema. Per ottenere tale risultato, tuttavia, è di fondamentale importanza incrementare il numero dei votanti alle elezioni, per impedire – come dimostrato nelle precedenti elezioni parlamentari dello scorso 1° marzo – che la minoritaria ma solida base elettorale delle forze ultra-conservatrici possa avere la meglio attraverso una più compatta concentrazione del voto a favore dei propri candidati.

SCENARIO

Le elezioni del prossimo 28 giugno di presentano estremamente complesse e delicate nel calcolo politico del vertice di prima generazione del sistema di potere iraniano. Per ottenere il risultato presumibilmente più congeniale, questi devono puntare su un’affluenza alle urne relativamente elevata, aprendo quindi alla partecipazione di un candidato riformista che possa attrarre soprattutto le generazioni più giovani alle urne, con il rischio tuttavia di una concentrazione del voto in tale direzione e a sottrazione rispetto all’area principalista, a tutto vantaggio dell’area ultra-conservatrice. Una scarsa affluenza alle urne, invece, potrebbe pregiudicare la capacità dell’area principalista grazie alla tradizionalmente più compatta capacità di concentrazione del voto della minoritaria ma coesa sfera degli ultra-conservatori, replicando in tal modo il risultato delle ultime elezioni parlamentari.

I sondaggi sinora condotti dalla stampa e dagli istituti demoscopici iraniani sembrerebbero avvalorare – o quantomeno perorare – l’opzione di una vittoria di Qalibaf, sebbene questa non sembri apparire allo stato attuale in alcun modo scontata. Determinante sarà anche la partecipazione dei candidati alla breve campagna elettorale, dove in meno di tre settimane dovranno misurarsi in serrati dibattiti televisivi nell’ambito dei quali illustrare programmi elettorali approntati in modo alquanto frettoloso e coordinati solo sommariamente all’interno delle diverse fazioni politiche.

Ultima variabile, apparentemente non probabile ma pur sempre possibile, quella di un ripescaggio della candidatura di Ali Larijani da parte del Consiglio dei Guardiani, dopo che diverse organizzazioni soprattutto di estrazione clericale ne hanno chiesto a gran voce l’inclusione nella rosa dei candidati alle elezioni presidenziali.


[1] “Door closed on Larijani as Iranians debate opening of elections window”, in Amwaj, 10 giugno 2024

[2] “Iran’s clerical body may push for Larijani’s inclusion in the presidential race”, in Intellinews, 9 giugno 2024

[3] “Iran Oks 6 candidates for presidential race, but again blocks Ahmadinejad”, in Associated Press, 9 giugno 2024

[4] MOTAMEDI, Maziar, “Ghalibaf among six approved to run in Iran’s presidential election”, in Al Jazeera, 9 giugno 2024

[5] “Leaked recording reveals IRGC Commanders’ squabbles over embezzled cash from Tehran”, in Iran Wire, 15 febbraio 2022

[6] “Critics of Iranian president make inroads”, in New York Times, 27 aprile 2008

[7] “Ex-member of Tehran “Death Committee” barred from election race”, in Iran Wire, 25 gennaio 2024

[8] “Iran announces six candidates approved for June 28 presidential election”, in France 24, 9 giugno 2024

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