I fragili equilibri della politica estera dell’Arabia Saudita

Arabia Saudita

L’attacco del 7 ottobre scorso di Hamas contro Israele, e il successivo intervento militare di Tel Aviv a Gaza, hanno determinato una complessa dinamica delle relazioni internazionali per l’Arabia Saudita sul piano regionale. Da sempre idealmente promotore della soluzione a due Stati, il governo di Riyadh aveva adottato da tempo un profilo di cautela nel merito del possibile riconoscimento dello Stato di Israele e della conseguente normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Tale postura era stata costruita attraverso l’adozione di una posizione di possibile apertura alle sempre più pressanti richieste da parte degli Stati Uniti, sebbene condizionata alla necessità di avviare un concreto processo politico atto a determinare l’indipendenza della Palestina all’interno di un proprio territorio sovrano, cercando in tal modo di compensare le esigenze dettate dalla percezione del proprio ruolo nel mondo arabo con quelle di più ampio respiro della politica globale. Al tempo stesso, tuttavia, la possibilità del riconoscimento di Israele è vincolata per Riyadh anche alla soddisfazione di alcune specifiche richieste formulate da tempo agli Stati Uniti nel merito delle forniture militari e dell’accesso alla tecnologia necessaria per avviare un proprio programma nucleare, rendendone il contesto alquanto complesso.

Variabili regionali e globali della politica estera saudita

La questione del riconoscimento di Israele si è sempre posta come una questione di particolare sensibilità per l’Arabia Saudita, ben prima i tragici fatti dello scorso ottobre. Custode dei luoghi sacri dell’Islam e assurta di fatto – un po’ per volontà, un po’ suo malgrado – a nazione guida del mondo arabo, dopo la parentesi del panarabismo di matrice egiziana, l’Arabia Saudita odierna si percepisce investita di un ruolo che al tempo stesso le attribuisce potere e prestigio ma anche esigenza di cautela e pragmatismo.

Un ruolo che le viene conferito peraltro in modo tanto informale quanto esplicito sia in ambito regionale, dove rappresenta il dominus di un ormai indebolito Consiglio di Cooperazione del Golfo, dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica e dell’OPEC, sia in ambito globale, assumendo di fatto il ruolo di coordinamento delle iniziative del mondo arabo.

Emergono in modo sempre più conflittuale con questa percezione del ruolo saudita, tuttavia, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar. I rapporti con i primi, un tempo solidissimi alleati di Riyadh attraverso il profondo legame tra l’attuale emiro di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed, e il principe della corona saudita, Mohammad bin Salman, si sono progressivamente raffreddati in conseguenza della disastrosa campagna militare in Yemen fortemente voluta dall’erede al trono saudita, ma anche per le crescenti divergenze nel merito della concezione delle minacce esistenziali che gravano sulle monarchie del Golfo. La visione radicale degli Emirati, che osteggia qualsiasi forma di apertura verso i movimenti di ispirazione islamista o a base partecipativa, considerati la principale minaccia alla continuità degli autoritarismi di stampo monarchico, si contrappone ad una visione solo in apparenza più moderata e dialogante espressa dall’Arabia Saudita, che ne condivide la percezione del rischio ma non le modalità di gestione[1].

Il Qatar, al contrario, pur condividendo la percezione di una minaccia al ruolo delle monarchie, ha optato per una strategia di mitigazione costruita sull’apertura e il sostegno soprattutto alle formazioni di ispirazione islamista, ritendo questo il miglior antidoto per depotenziarle e renderle malleabili nella gestione del rapporto. Una visione tenacemente contrastata dagli Emirati Arabi Uniti e più pragmaticamente moderata dall’Arabia Saudita[2].

Un ulteriore motivo di frizione tra le monarchie del Golfo, inoltre, è stato rappresentato dagli avventati e imprudenti eccessi che hanno caratterizzato la prima fase del ruolo di Mohammad bin Salman come principe della corona, transitati attraverso una spregiudicata e violenta transizione dei ruoli all’interno dell’entourage di corte e poi nella disastrosa avventura militare in Yemen contro i ribelli di Ansar Allah, o Houthi, nel nord del paese. Presentatosi come principe modernizzatore, portatore di epocali trasformazioni tanto sul piano sociale quanto nella visione economica dell’Arabia Saudita, Mohammad bin Salman ha gestito in realtà l’enorme margine d’azione conferitogli dalle precarie condizioni del padre, Re Salman, in modo alquanto arbitrario e controverso, costringendo gradualmente il vasto contesto della famiglia reale ad esercitare ogni prerogativa per mitigarne il temperamento e ricondurlo nell’alveo di quella tradizionale visione collegiale della corona che ha caratterizzato il trono saudita sin dalla sua nascita.

Il prestigio e la capacità politica dell’Arabia Saudita nel mondo arabo, così come in misura minore quello degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar, non deriva principalmente né dal retaggio delle sue istituzioni né tantomeno dalla modernità e ampiezza del proprio apparato militare, quanto piuttosto dalla smisurata capacità finanziaria attraverso la quale sostiene numerose delle economie ormai al collasso dell’intera regione, impedendone quell’implosione che tutte le monarchie considerano come la principale sorgente di rischio per la stabilità regionale[3].

Questa capacità, se da un lato ha permesso il consolidamento del ruolo saudita nell’intero Medio Oriente, non ha sopito le rivalità e le percezioni di superiorità culturali e storiche della gran parte dei paesi che pur beneficiando del sostegno economico di Riyadh mal digeriscono l’ascesa del regno saudita a paese guida della regione.

È quindi in tale contesto che si pongono le attuali sfide dell’Arabia Saudita tanto sul piano regionale quanto su quello globale, e la questione del riconoscimento di Israele su cui insistono gli Stati Uniti si pone come una variabile al tempo stesso di grandi opportunità e altrettanto ampi rischi. Sebbene sia innegabile il vantaggio che una normalizzazione delle relazioni con Tel Aviv apporterebbe alla visione economica del regno, soprattutto ampliando le possibilità di successo dell’ambizioso programma di sviluppo e diversificazione industriale noto come Vision 2030, al tempo stesso un esplicito legame con Israele potrebbe alterare quel ruolo di cauta intransigenza che soprattutto le formazioni di ispirazioni islamista hanno sempre riconosciuto all’Arabia Saudita come un merito[4].

La politica adottata da Riyadh nel corso degli ultimi due decenni per conseguire i benefici del rapporto con Tel Aviv senza intraprendere il rischio di una formalizzazione, pertanto, è transitata attraverso l’adozione di una postura ufficialmente rigida e critica del ruolo israeliano nella regione, con un contestuale impegno simbolico a favore della causa palestinese, accompagnata tuttavia ad una sempre più intensa quanto discreta apertura alla diretta cooperazione politica con il vertice dello Stato ebraico. Un esercizio di diplomazia occulta, che ha tuttavia consentito al regno saudita di mantenere inalterata l’ufficialità della sua posizione storica e del suo ruolo nel mondo arabo, beneficiando di un rapporto alquanto consolidato con Israele pur nell’apparenza di una posizione largamente critica. Una strategia non diversa da quella che fu adottata dall’ultimo Scià d’Iran, Mohammad Reza Pahlavi, e, sino a poco tempo fa, anche dal regno del Marocco, che ha poi invece ufficializzato il proprio legame con Israele in conseguenza del beneficio concesso dagli Stati Uniti con il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale.

L’attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre contro Israele, e la reazione di Tel Aviv nella Striscia di Gaza, giudicata in larga parte della regione come non commisurata e brutale, ha tuttavia fortemente compromesso questa posizione di equilibrio, costringendo il vertice della monarchia saudita ad adottare una strategia emergenziale. A tale già circostanza si è poi aggiunta la crisi innescata dal ruolo degli Houthi nel Mar Rosso, complicando ulteriormente le prospettive di pacificazione del lungo e disastroso conflitto combattuto negli ultimi sette anni da una coalizione militare a guida saudita al fianco del governo di Aden, giunto nei mesi scorsi dinanzi alla prospettiva di un duraturo cessate il fuoco e alla prospettiva di un accordo che avrebbe concesso a Riyadh la possibilità di terminare il proprio ruolo nel paese senza eccessivo clamore e soprattutto senza la percezione di una sconfitta.

Sebbene la questione del riconoscimento di Israele continui in tal senso a non essere formalmente esclusa dall’agenda saudita, lasciando trasparire la volontà di Riyadh di non avviare una reale dinamica critica del rapporto con lo Stato ebraico, la sua effettiva possibilità viene presentata adesso come ancor più condizionata alla concreta realizzazione di un progetto che preveda la soluzione a due Stati e l’indipendenza formale della nazione palestinese[5]. Una strategia di fatto interlocutoria e attendista, nella consapevolezza che la reale fattibilità di un processo di pace e dell’avvio di una concreta pianificazione per la soluzione a due Stati è tecnicamente impossibile allo stato attuale, o comunque estremamente improbabile in un contesto caratterizzato dalla sempre più assertiva politica israeliana nell’occupazione dei territori palestinesi, dalla rigidità dell’attuale amministrazione di Tel Aviv – governata dall’esecutivo sicuramente più conservatore della storia del paese – dalla difficoltà di individuare un possibile interlocutore politico nell’ambito della leadership palestinese e dal fattore emotivo determinato dal violento attacco dello scorso 7 ottobre[6].

Al tempo stesso l’Arabia Saudita deve gestire la pericolosa conseguenza del conflitto a Gaza determinata dal rinnovato attivismo degli Houthi nell’area del Mar Rosso, dove, con il pretesto di sostenere la causa palestinese questi hanno nuovamente intensificato gli attacchi ai flussi marittimi mercantili determinando l’intervento degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e il prossimo avvio di una missione navale europea. I sauditi sono ben consci delle reali prerogative dei ribelli dello Yemen del nord, che sfruttano la circostanza del conflitto per sedare il malcontento interno alla propria popolazione attraverso l’attivismo di stampo anti-israeliano, cercando al tempo stesso di incrementare il proprio potere negoziale nell’ambito dei futuri colloqui di pace con l’Arabia Saudita e, non ultimo, di porsi nella regione come nuovo attore di riferimento dei sentimenti anti-occidentali. Riyadh non ha manifestato entusiasmo per la risposta di Washington e Londra nel contrasto alla minaccia degli Houthi, ritenendo che l’azione militare possa condurre ad un congelamento del processo di pace e vanificare i laboriosi sforzi diplomatici condotti dal regno nell’ultimo anno per avviare una definitiva soluzione del conflitto yemenita, con il rischio di pregiudicare l’agognata fuoriuscita senza disonore dell’Arabia Saudita dal paese[7].

Non in subordine, infine, si pone come elemento saliente della questione anche il rapporto tra l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti, transitato in breve tempo dall’intenso legame personale tra il principe della corona e il presidente Donald Trump ad una nuova e ben più cauta collocazione delle relazioni con l’amministrazione di Joe Biden. La transizione tra le due amministrazioni americane è stata percepita in Arabia Saudita come il segnale di un profondo mutamento della visione statunitense del Medio Oriente e dello stesso rapporto con Riyadh, venendo interpretata – in modo alquanto semplicistico – come una sorta di sganciamento da parte degli Stati Uniti. Percezione che ha indotto l’Arabia Saudita a rivedere il proprio tradizionale modello concettuale delle politiche regionali e globali, che, esposto al rischio del venir meno della protezione americana, è transitato in direzione di un’apertura alla Cina e al sodalizio dei BRICS, un complesso e laborioso processo di riavvicinamento all’Iran e la valutazione di priorità strategiche che hanno rilanciato l’interesse verso l’adozione di un programma di sviluppo del settore nucleare, ufficialmente presentato come necessario a favorire i processi di transizione industriale programmati ma al tempo stesso concepito come strumento di potenziale deterrenza di una capacità comparabile a quella della Repubblica Islamica dell’Iran.

SCENARIO

Le recenti evoluzioni delle dinamiche di crisi in Medio Oriente hanno accentuato un profilo di rischio percepito dall’Arabia Saudita già da lungo tempo, caratterizzato da una pluralità di fattori che ha convinto i vertici della monarchia saudita della necessità di adottare nuove e più efficaci strategie per garantire la stabilità e la sicurezza dei propri interessi.

Pesa in particolar modo nella percezione della minaccia da parte saudita la convinzione di un mutato approccio da parte degli Stati Uniti verso le dinamiche mediorientali, ritenuto a Riyadh come parte di un generale sganciamento dalla regione, fatta salva la volontà di garantire la sicurezza di Israele, al fine di concentrarsi sul nuovo fronte di crisi del Pacifico e del contrasto al ruolo cinese.

L’Arabia Saudita ha in tal modo interpretato la pressante richiesta da parte degli USA per il riconoscimento di Israele come una variabile di sicuro interesse economico ma al tempo stesso caratterizzata da gravi rischi sul piano regionale, soprattutto se inserita in una cornice di sicurezza non più garantita in modo diretto da Washington contro l’emergere di sempre più concrete minacce rappresentate dal ruolo dell’Iran e dei suoi alleati regionali. Ha quindi chiesto agli Stati Uniti come contropartita la definizione di una nuova architettura della sicurezza regionale, il sostegno per lo sviluppo di un proprio progetto di sviluppo del settore nucleare e l’avvio di una concreta politica per la soluzione della perdurante crisi israelo-palestinese, necessaria a garantire lo status di leadership araba del regno saudita.

La crisi emersa lo scorso 7 ottobre e le sue conseguenze, tuttavia, hanno in parte alterato la pianificazione degli interessi strategici sauditi, accentuando il rischio di una escalation regionale e favorendo una posizione di maggiore pragmatismo con gli Stati Uniti, che tuttavia non risolve la percezione di una minaccia incombente sulla sicurezza delle monarchie del Golfo e sugli equilibri da queste gestite nel corso degli ultimi tre decenni.


[1] RESINEZHAD, Arash, e BUSHEHRI, Mostafa, “The hidden rivalry of Saudi Arabia and the UAE”, in Foreign Policy, 25 gennaio 2024

[2] BILGIN, Abdul Rezak, “Relations between Qatar and Saudi Arabia after the Arab Spring”, in Contemporary Arab Affairs, Vol. 11, n. 3, settembre 2018

[3] TOL, Gonul, e DUMKE, David, “Aspiring powers, regional rivals: Turkey, Egypt, Saudi Arabia, and the new Middle East”, in Middle East Institute, marzo 2020

[4] PODEH, Elie, “Israel has much to gain from an agreement with Saudi Arabia”, in The Jerusalem Post, 3 ottobre 2023

[5] GAUSE III, F. Gregory, “What the war in Gaza means for Saudi Arabia”, in Foreign Affairs, 7 novembre 2023

[6] “Saudi Arabia’s top envoy: no recognizing Israel without path to Palestinian state”, in The Times of Israel, 22 gennaio 2024

[7] STEWART, Phil, LATONA, David, e AMANTE, Angelo, “US allies reluctant on Red Sea task force”, in Reuters, 28 dicembre 2023

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