Gli Houthi rifiutano le offerte di incentivi dagli Stati Uniti e intensificano gli attacchi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden

Yemen Houthi

Il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha annunciato il 30 aprile nel corso di un intervento televisivo che quattro navi sarebbero state colpite nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. In particolar modo sarebbe stata danneggiata la nave MSC Orion, di proprietà della Zodiac Maritime, riconducibile all’imprenditore israeliano Eyal Ofer, mentre era impegnata in un trasporto di container dal porto di Lisbona a quello di Salalah, in Oman.

Un ulteriore attacco avrebbe interessato la nave mercantile Cyclades, battente bandiera maltese ma di proprietà di un armatore greco, che aveva effettuato uno scalo in un porto israeliano, e due cacciatorpediniere della missione navale statunitense in navigazione nel Mar Rosso, la USS Philippine Sea e la USS Laboon, apparentemente senza provocare danni[1].

Pochi giorni prima, il 25 aprile, gli Houthi avevano annunciato di aver lanciato alcuni missili contro la nave Maersk Yorktown, battente bandiera statunitense ma gestita da imprenditori israeliani, e poi il 26 aprile la Nave MSC Darwin, entrambe apparentemente uscite incolumi. Il 27 aprile, invece, un nuovo attacco aveva colpito la petroliera MV Andromeda Star, di proprietà di un armatore britannico, provocando danni definiti come “minori” dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) e senza provocare feriti a bordo. Un ulteriore lancio di missili aveva interessato la nave MV Maisha, battente bandiera di Antigua, che tuttavia non ha riportato alcun danno. Lo stesso giorno, infine, gli Houthi hanno annunciato di aver abbattuto sul suolo yemenita un drone americano MQ-9 Reaper, sul quale le forze armate statunitensi non hanno voluto commentare sebbene alcuni organi di informazione USA ne abbiano dato conferma citando indiscrezioni da parte del Pentagono. L’abbattimento del drone, il terzo dall’inizio delle operazioni contro gli Houthi, rappresenta una grave perdita per gli Stati Uniti e la dimostrazione di come le capacità anti-aeree dei ribelli nord-yemeniti non sia stata significativamente ridotta attraverso le operazioni aeree condotte dalle forze statunitensi e britanniche[2].

Dopo circa due settimane di relativa calma nelle acque del Mar Rosso e del Golfo di Aden, gli Houthi hanno ripreso con vigore la propria iniziativa militare contro le navi in transito nella regione, mentre le autorità di governo hanno organizzato il 26 aprile una imponente manifestazione di sostegno al popolo palestinese nella centrale piazza al-Sabeen di Sana’a, nella quale è intervenuto anche il rappresentante del vertice politico, Abdel-Malik al-Houthi, che ha ribadito l’intenzione di condurre gli attacchi alle navi in transito preannunciando anche un’espansione dell’area di attività sino all’Oceano Indiano.

La manifestazione del 26 aprile a Sana’a è stata caratterizzata dai consueti slogan a sostegno dei palestinesi e contro il conflitto a Gaza, ribadendo come gli Houthi intendano continuare nella propria offensiva militare sino alla cessazione del conflitto. Una manifestazione che ha visto la partecipazione di diverse migliaia di yemeniti, certamente solidali con la causa palestinese ma al tempo stesso vittime di una manipolazione narrativa da parte del governo degli Houthi, le cui motivazioni nel sostenere la tensione regionale hanno radici ben diverse da quelle dal sostegno alla popolazione di Gaza[3].

Il forte malcontento sociale generato dall’incapacità del governo di Sana’a di ripristinare i servizi essenziali nello Yemen settentrionale, all’indomani del cessate il fuoco con le forze dello Yemen meridionale e quelle della coalizione militare a guida saudita, infatti, ha allarmato il vertice degli Houthi, che ha sfruttato il conflitto a Gaza per dimostrare come il paese non fosse ancora uscito dal conflitto, chiedendo ulteriori sacrifici alla popolazione. Al tempo stesso, gli Houthi intendono sedersi al tavolo delle trattative con il governo di Aden e con i sauditi ponendo due condizioni specifiche. La prima è un forte risarcimento economico per compensare i danni di quasi sette anni di conflitto che ha pesantemente colpito le infrastrutture del nord e, non in subordine, un riconoscimento del proprio ruolo in qualsiasi ipotesi di futuro governo del paese.

Il 30 aprile, inoltre, il giornale statunitense The National, ha riportato la notizia di un tentativo di mediazione da parte del governo degli Stati Uniti con gli Houthi, che sarebbe tuttavia stato rifiutato. Secondo quanto riportato, gli USA avrebbero proposto nelle scorse settimane un pacchetto di incentivi per arrestare i loro attacchi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, che includevano la revoca del blocco sull’aeroporto di Sana’a e sul porto di Hodeydah, oltre alla facilitazione degli accordi di pace intra-yemeniti e con i sauditi[4].

Gli Houthi avrebbero rifiutato l’offerta considerandola ricattatoria e ipocrita, ritenendo che l’accesso degli aiuti umanitari attraverso l’aeroporto di Sana’a e il porto di Hodeydah costituisca un diritto e non una concessione. Un rifiuto che, ancora una volta, lascia trasparire come le reali richieste dei nord-yemeniti vertano su un cospicuo intervento finanziario soprattutto da parte dei sauditi per la ricostruzione delle principali infrastrutture del paese, la revoca dell’embargo e la piena funzionalità tanto dei porti quanto degli aeroporti. Gli Houthi, inoltre, intendono ottenere garanzie specifiche nel merito della futura governance del paese, nell’ambito della quale due opzioni sono possibili per Sana’a. La prima è quella di una paritaria partecipazione nella gestione delle future istituzioni politiche unitarie e la seconda, di segno diametralmente opposto, è quella che prende in considerazione la partizione del paese in due entità statuali distinte e indipendenti. Entrambe le ipotesi, tuttavia, sono oggetto di considerazioni critiche soprattutto da parte dell’Arabia Saudita. La partizione del paese in due distinte entità rappresenterebbe la dimostrazione della sconfitta militare della coalizione guidata da Riyadh, con un pessimo ritorno d’immagine per la monarchia e soprattutto per il crown prince Mohammad Bin Salman. Un forte ruolo degli Houthi nelle future istituzioni yemenite, al contrario, non solo costituirebbe la dimostrazione della sconfitta ma aprirebbe la strada ad un possibile futuro ruolo egemonico degli houthi sulle fragili autorità del governo di Aden, riconosciuto dalla comunità internazionale ma che potrebbe in breve tempo soccombere al dominio di Sana’a.

Ad ostacolare le aperture degli Stati Uniti verso gli Houthi, infine, è anche l’Iran, che, pur non disponendo della reale e completa capacità di gestire l’azione politica e militare dei nord-yemeniti, è impegnata nel consolidamento delle loro capacità militari allo scopo di assicurarsi la continuità della minaccia al traffico marittimo nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, che rappresenta un importante strumento di deterrenza contro le iniziative di Israele e degli Stati Uniti.

Crisi dell’iniziativa di sicurezza statunitense nel Mar Rosso

All’indomani dell’insorgere della rinnovata minaccia da parte degli Houthi contro il traffico navale nel Mar Rosso, gli Stati Uniti si affrettarono il 18 dicembre del 2023 ad organizzare una missione navale denominata Prosperity Guardian, inserita nell’ambito della Combined Task Force 153 e composta da venti nazioni partecipanti. Le regole d’ingaggio della missione, che prevedono la possibilità di colpire gli Houthi direttamente sul territorio yemenita, generarono tuttavia un disaccordo con alcuni paesi europei, e in particolar modo l’Italia, la Francia, la Grecia e la Germania, che optarono per l’attivazione di una missione europea, denominata Aspides, a cui è stato affidato il compito di contrastare la minaccia missilistica contro le navi in transito nella regione senza tuttavia includere nel mandato la possibilità di colpire gli Houthi sul proprio territorio. La Spagna, contraria a qualsiasi forma di intervento, decise invece di non prendere parte a nessuna delle due missioni[5].

Le ragioni che hanno spinto alcuni paesi europei ad organizzare una propria missione con diverse regole d’ingaggio sono fondamentalmente connesse alla volontà di assicurare la difesa dei convogli senza esacerbare il già critico equilibrio regionale, favorendo al contrario la possibilità di una ripresa del negoziato intra-yemenita e con l’Arabia Saudita, considerato l’elemento centrale per la soluzione del problema.

I primi tre mesi delle operazioni navali delle due missioni nell’area del Mar Rosso e del Golfo di Aden sembrano confermare la solidità delle argomentazioni europee, rendendo invece evidente – almeno in questa fase – come l’approccio estensivo della missione a guida statunitense sia entrato in crisi, senza produrre i risultati auspicati[6].

Gli Houthi, che hanno resistito a quasi sette anni di bombardamenti indiscriminati condotti soprattutto dalle forze aeree saudite, non sembrano aver sofferto particolari riduzioni di capacità sul piano militare a seguito delle incursioni aeree condotte soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Al tempo stesso, pur mantenendo la propria autonomia, hanno incrementato la portata della propria relazione con l’Iran venendo sistematicamente riforniti di armamenti, potendo in tal modo sostenere pressoché senza sosta la propria iniziativa contro le navi in transito nell’area.

La strategia adottata dalle formazioni nord-yemenite sembra configurarsi sul modello di quella dei Talebani in Afghanistan, optando per una resilienza di lungo periodo idealmente capace di costringere gli avversari alla trattativa. La validità di tale approccio, nell’ottica degli Houthi, è stata confermata dalla proposta di incentivi offerta dagli Stati Uniti, rifiutata in quanto ritenuta insufficiente e che sembra aver incentivato la convinzione di voler proseguire negli attacchi, potenzialmente ampliandoli sino all’Oceano Indiano.

Gli Houthi sono ben consci della scarsa capacità di colpire in modo efficace e distruttivo il traffico navale presente nell’area, soprattutto all’indomani della rafforzata presenza militare statunitense ed europea, ma al tempo stesso comprendono come il potenziale della minaccia abbia determinato effetti catastrofici sul piano delle tariffe assicurative, riducendo fortemente il transito nel Mar Rosso e costringendo le principali società di armamento a rivedere le proprie strategie commerciali.

A seguito del rifiuto delle proposte americane, inoltre, gli Houthi hanno pubblicamente affermato di aspettarsi una risposta militare da parte degli Stati Uniti e di alcuni alleati regionali, minacciando ritorsioni qualora questa venga effettivamente esercitata[7]. In particolar modo i timori sembrano concentrarsi sulla possibilità di un attacco combinato aereo e terrestre, organizzato dagli Stati Uniti con la collaborazione delle milizie separatiste del sud sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, che potrebbe determinare non solo la fine del cessate il fuoco ma anche la ripresa delle azioni ostili degli Houthi contro obiettivi sauditi ed emiratini. Uno scenario potenzialmente catastrofico, che tuttavia i nord-yemeniti ritengono di poter gestire e trasformare a proprio vantaggio, soprattutto grazie alla netta opposizione dell’Arabia Saudita verso qualsiasi soluzione militare della crisi.

Un episodio che con ogni probabilità è legato alle dinamiche attuali, infine, è quello dell’attentato che il 29 aprile è stato condotto, presumibilmente dalle formazioni di al Qaeda nella Penisola Arabica (AQP), nell’area di Modiyah, nel sud della Yemen, e che ha provocato la morte di sei militari delle Forze Armate Meridionali, la componente armata del Consiglio di Transizione Meridionale sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti. L’attentato è stato interpretato da molti nel paese come un chiaro segnale lanciato dagli Houthi contro quelle forze che potrebbero aderire a una richiesta di un’iniziativa militare promossa dagli Stati Uniti e dagli Emirati Arabi Uniti, facendo leva sulla possibilità di sostenere e incrementare la capacità delle forze dell’AQAP[8].

SCENARIO

Dopo due settimane di relativa stabilità nell’area del Mar Rosso e del Golfo di Aden, gli Houthi dello Yemen settentrionale hanno sferrato una nuova poderosa serie di attacchi contro le navi in transito nella regione, senza provocare particolari danni ma incrementando ancora una volta i timori del mercato.

La notizia secondo la quale gli USA avrebbero cercato di convincere gli Houthi a cessare gli attacchi a fronte di incentivi, poi rifiutati, dimostra come la postura assunta dalla missione a guida statunitense sia entrata in crisi nella gestione della minaccia, optando per soluzioni negoziali che paradossalmente rischiano di confermare ai ribelli nord-yemeniti la fragilità della strategia americana e la possibilità di più ampie concessioni nel merito del futuro dialogo di riconciliazione con le autorità di Aden e dell’Arabia Saudita.

Gli Houthi ritengono in questo momento che gli Stati Uniti intendano replicare al rifiuto della proposta negoziale con un massiccio attacco aereo, sostenuto sul piano terrestre dalle milizie del Consiglio di Transizione Meridionale, appoggiate dagli Emirati Arabi Uniti. Anche tale ipotesi viene considerata dal vertice politico di Sana’a come una possibile opportunità, nella convinzione di poter resistere a qualsiasi sfida sul piano militare e, contestualmente poter interrompere il cessate il fuoco e colpire in modo diretto obiettivi collocati in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, allo scopo di forzare entrambi a sostenere il dialogo di pace nazionale incrementando significativamente l’ammontare dei contribuiti economici richiesti per la riparazione dei danni di guerra.

Un calcolo estremamente azzardato, che tuttavia sembra essere diventato la prerogativa degli Houthi in assenza di qualsiasi altra forma di incentivo oggi presente per i ribelli del nord, che attraverso la continuità del conflitto cercano di sopire le richieste della propria popolazione dimostrando come la breve fase del cessate il fuoco non avesse ancora condotto ad un risultato definitivo.


[1] RANA, Karvi, “Houthis extend reach: MSC Orion attacked despite Red Sea Reroutes”, in Logistic Insider, 2 maggio 2024

[2] “Yemen’s Houthis damage oil tanker, shoot down US drone”, in Al Jazeera, 27 aprile 2024

[3] “Houthi leader vows to continue maritime attacks in Red Sea”, in China Daily, 27 aprile 2024

[4] HARDING, Thomas e HARISI Mohamad Ali, “Yemen’s Houthis reject US incentives to stop Red Sea attacks, sources say”, in The National, 30 aprile 2024

[5] AMANTE, Angelo, IRISH, John, LANDAURO, Inti e BOSE, Nandita, “Europe split over US, UK strikes on Houthis in Yemen”, in Reuters, 13 gennaio 2024

[6] FENTON-HARVEY, Jonathan, “The US’ red Sea strategy has failed to deter the Houthis”, in The New Arab, 3 aprile 2024

[7] ALDROUBI, Mina, “Yemen’s Houthis prepare for retaliatory attacks after rejecting US incentives”, in The National, 1° Maggio 2024

[8] “Suspected Al-Qaeda explosion kills 6 troops loyal to secessionist group in Yemen”, in Arab News, 30 aprile 2024

Scarica PDF