Elezioni presidenziali egiziane e priorità economiche del governo

Egitto Economia

Dal 10 al 12 dicembre 2023 si sono tenute le elezioni presidenziali egiziane, che si sono concluse con la largamente attesa riconferma di Abdel Fattah al-Sisi per un terzo mandato, con l’86,65% delle preferenze.

La riconferma di al-Sisi è stata costruita nell’ambito della riforma costituzionale del 2019, che ha portato ad un’estensione del mandato presidenziale a sei anni e consentito al presidente in carica di potersi ricandidare per un terzo mandato, dopo quelli del 2014 e del 2018[1].

Le elezioni, inoltre, sono state anticipate per poter beneficiare di due importanti condizioni. La prima è quella connessa alla grave crisi economica che interessa l’Egitto, e che deve essere affrontata attraverso una serie di misure finanziarie urgenti che il presidente al-Sisi non intendeva tuttavia intraprendere prima delle elezioni. La seconda è invece quella determinata dai timori connessi al perdurante conflitto a Gaza, che l’Egitto avverte con particolare intensità tanto sotto il profilo delle possibili conseguenze regionali quanto nel merito del rischio determinato dall’afflusso di un ingente numero di rifugiati nella penisola del Sinai[2].

Ulteriore elemento che ha permesso una sicura vittoria di al-Sisi è stato quello della mancata competizione, stante la presenza di soli tre sfidanti di basso profilo politico: Hazem Omer, presidente del Partito Repubblicano Popolare, Abdel Sanad Yamama. Presidente del partito New Wafd, e Farid Zahran, presidente del Partito socialdemocratico egiziano. Ahmed Tantawi, già a capo del Partito Dignità e potenzialmente unico vero sfidante di al-Sisi, non ha invece potuto partecipare alla competizione elettorale in conseguenza della mancata raccolta di un sufficiente consenso, sebbene avendo denunciato di essere stato oggetto di minacce e azioni illecite volte a screditarne la candidatura[3].

Pur confermando il suo forte ruolo alla guida del paese, al-Sisi non può adesso sottrarsi dall’urgente necessità di avviare una serie di profonde riforme economiche volte a contenere gli effetti di una forte inflazione che, sebbene in leggero calo, ha fatto registrare nel mese di dicembre un valore al consumo del 33,7% (rispetto al 34,6% del mese precedente)[4], così come la svalutazione della valuta locale, la scarsità di valuta straniera e il crescente peso del debito pubblico.

Una crisi che deve essere idealmente affrontata attraverso una profonda revisione del modello economico egiziano, fortemente centralista e caratterizzato dal ruolo dominante dell’apparato militare, che controlla una significativa quota dell’economia nazionale, e che dovrebbe prevedere programmi di apertura al mercato e privatizzazioni che i vertici della Difesa si sono tuttavia sempre mostrati riluttanti ad appoggiare.

Il presidente al-Sisi, inoltre, dovrà gestire i sempre più complessi e delicati equilibri sociali connessi alla questione del conflitto a Gaza, che rischiano di esacerbare il sentimento da sempre latente di palese ostilità nei confronti di Israele in seno alla società egiziana. Sebbene il Cairo intrattenga relazioni diplomatiche con Tel Aviv, infatti, la pace costruita a Camp a David nel 1978 non ha mai realmente modificato una diffusa ostilità della società egiziana verso Israele, che trova nella causa palestinese un pretesto per alimentarne le dinamiche.

Condizione ben nota al presidente al-Sisi, che sul conflitto a Gaza ha costruito una narrativa fortemente critica dell’intervento israeliano, che è stata palesemente espressa anche in sede di campagna elettorale, quando lo stesso presidente ha affermato che il voto degli egiziani non ha riguardato la semplice elezione del presidente, quanto piuttosto l’espressione del loro dissenso nei confronti di una “guerra disumana”[5].

Una posizione controversa quanto strumentale, quella del presidente, che non nutre certo alcun interesse a sostenere Hamas e il contesto da cui questo è espresso, che si richiama a quella Fratellanza Musulmana che in Egitto è stata oggetto di una repressione tanto violenta quanto capillare. Il sostegno alla causa palestinese, tuttavia, risponde all’esigenza di non porsi in posizione critica rispetto al maggioritario sentimento di avversione al ruolo e alla politica di Israele nell’ambito della società egiziana, con la necessità di adottare una strategia narrativa inserita pienamente in questo solco[6].

Una strategia, tuttavia, che non può prescindere al tempo stesso dal mantenimento di quel discreto status quo che regola i rapporti con Israele, ma che la guerra in corso a Gaza rischia di alterare sia sotto il profilo della sostenibilità di un potenziale incremento dei flussi dei rifugiati, sia sotto quello della sicurezza per un possibile radicamento delle cellule di Hamas nella penisola del Sinai, dove sono già presenti cellule di formazioni jihadiste che hanno più volte sfidato l’autorità del Cairo.

In tale contesto, tuttavia, le elezioni hanno fatto registrare un’affluenza alle urne del 66,8%, in netta crescita rispetto al 41,05% del 2018, dove però al-Sisi si aggiudicò la vittoria con il 97,08% delle preferenze. Un dato che dimostra come gli egiziani abbiano sentito la necessità di recarsi alle urne in numero crescente, rispondendo alla necessità di dover partecipare a un processo di scelta ritenuto in larga misura ancora importante e che, sebbene gravato come sempre da accuse al governo di aver impedito le candidature di opposizione e sostenuto alacremente l’affluenza attraverso benefici economici[7], è capace di confermare come la figura di al-Sisi sia ancora considerata ampiamente come l’unica capace di guidare il paese.

Le sfide economiche del prossimo mandato

Il primo e principale impegno della nuova amministrazione egiziana è quello connesso alle misure di contenimento della crisi economica e in tal modo il 9 gennaio il ministro delle Finanze Mohamed Maait, il ministro della Cooperazione Internazionale Rania Al-Mashat e il governatore della Banca Centrale Hassan Abdalla si sono recati a Washington per incontrare il segretario al Tesoro Janet Yellen e i vertici del Fondo Monetario Internazionale. La Yellen ha ribadito l’impegno del governo degli Stati Uniti per sostenere l’economia egiziana e il suo processo di riforma, mentre con il Fondo Monetario Internazionale sono stati discussi i termini dell’espansione del programma di prestiti da 3 miliardi di US$ accordati nel 2022 a favore dell’Egitto. Espansione che lo stesso direttore generale del FMI, Kristalina Georgieva, aveva sostenuto pochi giorni prima di considerare come possibile[8].

Il FMI ha tardato lo scorso anno a corrispondere all’Egitto una tranche del finanziamento pari a 700 milioni di US$, lamentando ritardi nel programma di attuazione del progetto di riforma economica, in particolar modo connesso alla mancata attuazione del piano per la privatizzazione delle imprese controllate dallo stato. L’FMI, tuttavia, ha comunicato lo scorso dicembre di aver avviato trattative per un’estensione del finanziamento concesso nel 2022, riconoscendo l’urgenza di un sostegno finanziario all’Egitto soprattutto in conseguenza della crisi scaturita a Gaza e dal possibile – se non probabile – impatto sull’economia del Cairo[9].

La missione a Washington dei funzionari governativi egiziani, pertanto, è stata organizzata strumentalmente a pochi giorni dell’annuncio da parte del governo del Cairo dell’adozione di un nuovo piano strategico per l’economia, strutturato su otto punti principali e destinato a guidare la riforma del sistema economico nell’intervallo di tempo tra il 2024 e il 2030[10].

Un piano che prevede di favorire la costante crescita del PIL, in valori compresi tra il 6 e l’8%, potenziare il settore agricolo, industriale e del comparto tecnologico sino a rappresentare il 50% del PIL, incrementare gli investimenti statali ad una media del 10% annuo in connessione con quelli privati, raddoppiare gli investimenti diretti esteri e creare tra i 7 e gli 8 milioni di nuovi posti di lavoro. Tali obiettivi sin intendono perseguire attraverso la stabilizzazione e la graduale riduzione dell’inflazione, l’adozione di un tasso flessibile di cambio, la riduzione del debito pubblico e lo sviluppo di un poderoso programma di nuove iniziative imprenditoriali nei settori dell’agricoltura, dell’industria, delle telecomunicazioni, dell’energia, del turismo e dei trasporti.

Programmi che il governo egiziano sostiene di aver già in parte avviato, soprattutto nell’ambito del processo di privatizzazione delle aziende pubbliche, raccogliendo nel corso del 2023 la cifra di 6,5 miliardi di US$ attraverso la sola cessione di partecipazioni aziendali.

Al tempo stesso, il governo ha stabilito con decorrenza dal mese di gennaio un incremento dei prezzi di numerosi beni e servizi erogati in passato in regime di forte sovvenzione, come quelli elettrici, dei carburanti, dei trasporti, delle telecomunicazioni e di alcuni generi alimentari, rispondendo in tal modo alle specifiche richieste formulate dal FMI per l’avvio del processo di riforma dell’economia.

Scelte impegnative per l’Egitto che, con una popolazione di oltre 100 milioni di abitanti e una crescente crisi economica, deve calibrare le proprie valutazioni soppesando con cautela il rischio del malcontento sociale, dosando gli interventi sul piano economico attraverso una ragionata politica di crescita.

Almeno due degli ambiti sui quali l’Egitto intende puntare per il proprio programma di sviluppo dell’economia, tuttavia, sono direttamente influenzati dalle conseguenze del conflitto a Gaza. Il traffico navale nel canale di Suez, che il Cairo vorrebbe incrementare attraverso l’apporto di sostanziosi investimenti, è fortemente minacciato dalle costanti iniziative militari degli Houthi nel Mar Rosso meridionale, con il rischio di una forte decrescita del traffico che potrebbe arrivare a interessare il 20% del traffico totale in transito. Al tempo stesso, il perdurare delle ostilità tra Hamas e Israele rischia di determinare un sensibile decremento dei flussi turistici verso la regione del Sinai e delle coste sul Mar Rosso, pregiudicando una voce importante del bilancio egiziano.

Minacce che impongono la necessità di un immediato incremento del sostegno finanziario da parte del FMI, per fronteggiare un intervallo temporale di crisi che il governo del Cairo ha difficoltà a valutare in termini di estensione, ma che potrebbe prolungarsi per mesi e compromettere pericolosamente l’intera proiezione del progetto di riforma.

SCENARIO

Le recenti elezioni presidenziali hanno confermato ancora una volta il ruolo di al-Sisi come unico leader di fatto del paese, sebbene in un contesto caratterizzato dalla sostanziale impossibilità di generare una reale alternativa politica al ruolo del presidente e dell’apparato militare che lo sostiene.

La grave crisi economica che interessa l’Egitto, tuttavia, deve essere affrontata con strumenti nuovi e con una visione che i vertici del sistema politico e militare non sembrano essere disposti ad abbracciare appieno, nella convinzione che una continuità degli equilibri interni ed esterni al paese sia ancora possibile e certamente preferibile.

Al contrario, tuttavia, le dinamiche regionali in atto impongono la considerazione di fattori di crisi che potrebbero generare effetti importanti sul sistema economico e sociale nazionale, con conseguenze ad oggi imprevedibili nella portata e nella durata. Le misure economiche discusse in tale quadro con il FMI si presentano più come uno strumento emergenziale che non come parte di un solido programma di lungo periodo, con la concreta possibilità di aggravare ulteriormente l’esposizione debitoria del paese ed esacerbare le componenti sociali a più basso reddito.

La crisi a Gaza non solo rischia di compromettere i programmi di sviluppo del Canale di Suez e del settore del turismo, inoltre, ma anche di determinare un risentimento sociale nei confronti di Israele che potrebbe generare una variabile di concreto rischio per la sicurezza egiziana. Condizione che impone al presidente al-Sisi di adottare una posizione di cauto pragmatismo sul piano internazionale e di deciso sostegno alla causa palestinese sul piano interno. Posizioni, tuttavia, non sempre sostenibili in modo contestuale.


[1] MICHAELSON, Ruth, “Sis could rule Egypt until 2030 under constitutional changes”, in The Guardian, 15 aprile 2019

[2] “Egypt’s Sisi wins third term as president after amending constitution”, in The Guardian, 19 dicembre 2023

[3] “Egyptian opposition candidate ends campaign for presidential poll”, in Reuters, 14 ottobre 2023

[4] “Egypt’s annual headline inflation slows to 33,7% in December”, in Reuters, 10 gennaio 2024

[5] SAAFAN, farah, e LEWIS, Aidan, “Egypt’s Sisi sweeps to third term as president with 89,6% of vote”. In Reuters, 19 dicembre 2023

[6] ABOU-EL-FADL, Reem, “The war on Gaza has sharpened Egyptian popular grievances – both on Palestine and at home”, in The Guardian, 29 novembre 2023

[7] YEE, Vivian, “As Egypt’s presidential election closes, no suspense over winner”, in The New York Times, 12 dicembre 2023

[8] SHALAL, Andrea, e LAWDER, David, “US Treasury’s Yellen pledges support for Egypt amid IMF loan talks”, in Reuters, 10 gennaio 2024

[9] NABIL, Julian, “Yellen pledges US support for Egypt’s economic reforms amid IMF loan talks”, in Forbes Middle East, 10 gennaio 2024

[10] “Factbox: Egypt’s economic strategy for 2024-2030”, in Ahram Online, 9 gennaio 2024

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