ARMENIA: il complesso negoziato con l’Azerbaijan per il trattato di pace e il tentativo di impeachment contro il primo ministro Pashinyan

Armenian Prime Minister Nikol Pashinyan Addresses Nation

Il governo azero ha confermato che il 12 giugno il contingente militare russo impegnato nella regione del Nagorno-Karabakh con compiti di peacekeeping ha completato il proprio ritiro, iniziato lo scorso aprile dopo la definizione di un accordo tra il presidente russo Putin e quello azero Aliyev.

La regione del Nagorno-Karabakh, a lungo contesa tra Armenia e Azerbaijan e teatro di due conflitti tra il 1988 e 1994 il primo e nel 2020 il secondo, è stata definitivamente conquistata dall’Azerbaijan in seguito ad una fulminea operazione militare condotta dal 19 al 20 settembre del 2023. In quest’ultima occasione, attraverso la mediazione delle forze di peacekeeping russe presenti nella regione, venne raggiunto un accordo per la completa cessazione delle ostilità, la dissoluzione il 1° gennaio del 2024 dell’autoproclamata Repubblica di Artsakh e il successivo riconoscimento della sovranità azera sulla regione, provocando tuttavia l’esodo di oltre 100.000 profughi armeni.

Il conflitto ha acuito le tensioni dell’Armenia con la Russia, che è stata accusata dal governo di Yerevan di aver mancato al proprio ruolo di garante e di aver prontamente sostenuto l’iniziativa militare azera, nonostante la presenza di una forza militare russa impegnata in una missione di peacekeeping. La rapida accettazione di una tregua e le successive concessioni territoriali all’Azerbaijan, tuttavia, avevano anche provocato ingenti manifestazioni di protesta in Armenia, dove migliaia di persone avevano chiesto le dimissioni del primo ministro Nikol Pashinyan, accusato di essersi arreso all’aggressione dell’Azerbaijan senza ottenere alcun ritorno e provocando un colossale esodo degli armeni del Nagorno-Karabakh.

Proteste che sono state nuovamente organizzate anche lo scorso 24 maggio, in seguito all’annuncio da parte del governo armeno di aver ceduto all’Azerbaijan altri quattro villaggi di confine – Baghanis, Voskepar, Kirants e Berkaber, abbandonati da tempo ma strategicamente collocati a ridosso della principale arteria stradale di collegamento con la Georgia – nell’ambito degli accordi con il governo di Baku per finalizzare gli accordi di pace e normalizzare le relazioni tra i due paesi.

A guidare l’ultima ondata di proteste è stato il carismatico arcivescovo Bagrat Galastanyan, originario della regione di Tavush, dove sono ubicati i villaggi ceduti all’Azerbaijan, che ha accusato il primo ministro Pashinyan di aver ceduto alle richieste azere prima ancora di aver definito i termini di un trattato di pace, rendendo impossibile per l’Armenia ottenere concessioni nel merito della futura definizione dei confini.

Il primo ministro, al contrario, ha replicato alle accuse dei manifestanti sostenendo che le concessioni territoriali sono funzionali a garantire la pace con l’Azerbaijan, e costituiscono l’unica garanzia per assicurare la sopravvivenza stessa dell’Armenia.

Già in occasione dell’ultimo breve conflitto dello scorso settembre era apparso chiaramente come il primo ministro Pashinyan avesse voluto impedire un inevitabile pesante bilancio di vittime accettando rapidamente i termini di un inglorioso quanto penalizzante cessate il fuoco mediato dalle forze russe presenti nella regione del Nagorno-Karabakh, esercitando un difficile compromesso tra i sentimenti nazionalistici di una parte della popolazione e la volontà di risparmiare vite in un conflitto dalle scarse possibilità di vittoria per l’Armenia.

Una scelta complessa, che una parte della popolazione armena reputa alla stregua di un tradimento mentre altri la condividono, seppur a malincuore, quantomeno per aver risparmiato nuove sofferenze al paese.

Al tempo stesso, tuttavia, l’arcivescovo Galastanyan alimenta una sempre più incisiva retorica accusatrice nei confronti del primo ministro, del quale chiede l’impeachment accusandolo apertamente di tradimento, cercando di cavalcare i sentimenti di indignazione dei nazionalisti e dei reduci delle due precedenti guerre contro l’Azerbaijan. Galastanyan non nasconde le sue ambizioni politiche, dichiarando di essere pronto a rinunciare al suo incarico clericale per candidarsi alle prossime elezioni – che chiede anticipate – per poter essere nominato alla carica di primo ministro, lasciando intendere di essere pronto a misure drastiche per ristabilire il prestigio del paese e la sua perduta integrità territoriale.

Le ultime ondate di protesta sono in tal modo diventate sempre più accese e violente, con ripetuti tentativi di paralizzare la capitale Yerevan e raggiungere la residenza del primo ministro, provocando la reazione delle forze di polizia che hanno condotto numerosi arresti tra i manifestanti.

Minacce che non hanno scoraggiato sinora il primo ministro Pashinyan dal suo intento di raggiungere un accordo di pace con l’Azerbaijan, che definisce come ormai prossimo e che ritiene essere l’unica vera garanzia per una pace duratura atta a garantire la sopravvivenza stessa della Repubblica dell’Armenia. Il principale ostacolo per la definizione del trattato di pace, tuttavia, sembrerebbe restare la richiesta da parte dell’Azerbaijan di una modifica della costituzione azera che rifletta il mutato contesto geopolitico del paese, che il governo di Yerevan non sembra essere disposto a concedere e che ha portato il presidente azero Aliyev lo scorso 6 giugno a gelare l’ottimismo armeno affermando che senza le richieste modifiche costituzionali un accordo di pace è impossibile.

Il primo ministro Pashinyan ha invece poi confermato l’ineluttabilità della fuoriuscita dell’Armenia dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), sebbene non ne abbia precisato i tempi e le modalità. Il CSTO è un’alleanza militare intergovernativa composta da sei ex repubbliche dell’URSS (Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan) costituita nel 2002 per garantire una difesa collettiva e soprattutto la protezione dei suoi aderenti da eventuali aggressioni. Il governo armeno ha deciso di annunciare la propria fuoriuscita della CSTO accusando la Russia di non averne rispettato i termini, avendo non solo passivamente tollerato l’aggressione azera ma accusando anche esplicitamente Mosca di aver pianificato un conflitto contro l’Armenia al fianco dell’Azerbaijan.

La questione dell’abbandono del CSTO si pone come una faccenda complessa per il governo armeno, potenzialmente gravida di conseguenze soprattutto sul piano economico. L’iniziale decisione di congelare la propria partecipazione al sodalizio, dopo il conflitto del 2022, aveva portato ad un graduale raffreddamento dei rapporti con la Russia e al successivo riavvicinamento con gli Stati Uniti, con i quali erano state anche organizzate alcune esercitazioni militari – in palese contrasto con quanto stabilito dal trattato istitutivo dell’Organizzazione – seguite da dichiarazioni di interesse per l’adesione all’Unione Europea. Un insieme di circostanze che hanno determinato il ritiro delle guardie di frontiera russe lungo i confini dell’Armenia e l’irrigidimento di Mosca nell’ambito della cooperazione economica bilaterale, che rappresenta un elemento vitale per l’Armenia soprattutto nei settori dell’energia e del commercio.

Ciononostante, Pashinyan ha confermato l’intenzione del governo armeno di voler abbandonare l’Organizzazione, sostenendo che non esistono allo stato attuale alternative, intraprendendo una strategia che in molti leggono come orientata a riconquistare il sostegno delle frange nazionaliste e sottrarle alla sempre più incisiva influenza dell’arcivescovo Galastanyan.

Strategia che sinora sembra aver prodotto risultati postivi per il primo ministro, come dimostrato dalla manifesta indisponibilità dei membri di governo del parlamento di sostenere la mozione di sfiducia verso Pashinyan e soprattutto a richiesta di organizzare una sessione straordinaria dei lavori parlamentari per esaminare la richiesta di Galastanyan relativa all’impeachment.

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