ARABIA SAUDITA: variabili e incognite della complessa gestione della crisi a Gaza

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Il ministro degli Esteri saudita, principe Faisal bin Farhan, ha rilasciato il 21 gennaio un’intervista alla rete televisiva statunitense CNN, affermando che l’Arabia Saudita non intende avviare alcun processo di normalizzazione delle relazioni con Israele, né contribuire alla ricostruzione di Gaza, in assenza di un impegno tangibile nella direzione della creazione di uno stato autonomo palestinese.

La dichiarazione di bin Farhan è stata espressa in seguito al costante rifiuto da parte del primo ministro israeliano Netanyahu di aprire in direzione di qualsiasi possibile soluzione dell’attuale crisi che possa comportare una radicale trasformazione dello status palestinese, paventando al contrario la possibilità di un controllo militare prolungato da parte delle forze israeliane sulla Striscia di Gaza.

Una posizione di stallo, che ben riflette la complessità delle diverse percezioni delle dinamiche regionali, ma dove la questione palestinese costituisce in realtà solo un elemento di facciata nelle agende dei paesi coinvolti. La narrativa araba del sostegno alla causa palestinese è stata a lungo funzionale al perseguimento di una postura politica sostanzialmente ostile al più ampio ruolo di Israele nella regione, senza in realtà mai tradursi in azioni concretamente finalizzate alla soluzione dell’annoso problema dell’indipendenza di uno stato autonomo che includesse Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Al tempo stesso la politica israeliana ha da tempo abbandonato qualsiasi reale iniziativa in direzione della medesima soluzione, portando avanti una strategia di espansione del proprio controllo dei territori palestinesi soprattutto nell’area della Cisgiordania e trasformando inoltre la questione della sovranità sull’intera Gerusalemme, e il tentativo della sua affermazione internazionale come capitale dello Stato di Israele, nell’elemento centrale di una visione che lascia spazi alquanto ristretti nella direzione di una soluzione a due Stati.

La possibilità di una normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele, fortemente caldeggiata dagli Stati Uniti, era sembrata presentare spiragli di concreta realizzazione nel corso della prima metà dello scorso anno, sebbene per entrambi i paesi questa soluzione presentasse tanto elementi di interesse e vantaggio quanto potenziali rischi. Riyadh, le cui relazioni con Washington si sono fortemente raffreddate nella transizione dall’amministrazione Trump a quella Biden, ha esplicitamente chiesto agli Stati Uniti come condizioni per riconoscere Israele la definizione di concrete garanzie di sicurezza e il sostegno per lo sviluppo di un programma nucleare civile, che l’amministrazione statunitense sembrava poter accettare, sebbene nell’ambito di una più precisa cornice. Al tempo stesso, tuttavia, sebbene una più diretta relazione con Israele avrebbe aperto importanti opportunità per il conseguimento degli obiettivi del programma Vision 2030, il riconoscimento e quindi la legittimazione di Israele avrebbero comportato il rischio per il regno saudita di essere percepito in seno al mondo arabo, e soprattutto tra le formazioni di ispirazione islamista, come traditore della causa palestinese. È quindi in questo contesto che Riyadh aveva posto la precondizione dell’avvio di una concreta azione per favorire la soluzione a due Stati come parte integrante della propria posizione nell’ambito delle sempre più insistenti richieste americane di avviare concretamente i passi del riavvicinamento con Tel Aviv.

Al tempo stesso, mentre per il governo israeliano poter ottenere il formale riconoscimento dell’Arabia Saudita avrebbe costituito un successo storico, dimostrando come le posizioni ostili allo Stato ebraico siano ormai minoritarie e appannaggio dei soli regimi più radicali, la precondizione dell’avvio di un processo per la creazione dello stato palestinese presentava il concreto problema della gestione di tale iniziativa nell’ambito della sempre più complessa e polarizzata politica interna di Tel Aviv. Benjamin Netanyahu, infatti, è riuscito a governare il paese transitando attraverso un fragile accordo politico che ha portato alla creazione di un esecutivo caratterizzato dalla partecipazione di alcune tra le forze più radicali ed estreme della destra, che rifiutano energicamente qualsiasi ipotesi di compromesso con i palestinesi, soprattutto nel merito della questione dell’autonomia di un loro stato.

Un equilibrio tanto complesso quanto fragile, quindi, travolto poi dai drammatici fatti dello scorso 7 ottobre, quando con l’attacco di Hamas contro Israele e la risposta israeliana a Gaza sono venuti meno di fatto tutti i presupposti per considerare possibile la prosecuzione immediata di qualsiasi iniziativa volta a promuovere il riconoscimento israeliano da parte dei sauditi.

L’escalation che ne è seguita continua inoltre a riverberarsi sul piano regionale interessando numerosi paesi di diretto interesse dell’Arabia Saudita, come il Libano, la Giordania, la Siria, lo Yemen e l’Iran, attraverso una dinamica di crisi che rischia fortemente di condurre ad un ampliamento del conflitto, con conseguenze che Riyadh teme fortemente per la propria sicurezza e la stabilità degli equilibri complessivi della regione.

L’ipotesi di una più ampia dimensione del conflitto, infatti, comporterebbe la necessità per l’Arabia Saudita di assumere una posizione nettamente critica del ruolo di Israele, non potendo Riyadh sottrarsi a quel punto al suo stesso ruolo regionale nel mondo arabo, con la concreta possibilità tuttavia di trovarsi in posizione di aperto contrasto non solo con Israele ma anche con buona parte del mondo occidentale, e al tempo stesso di fatto allineata suo malgrado alla posizione di attori come l’Iran.

Un connubio di circostanze che hanno trasformato le opzioni a disposizione dell’Arabia Saudita in modo alquanto complesso, costringendo la diplomazia di Riyadh ad adottare una postura di estrema cautela e di pragmatismo, nella ricerca di un difficile compromesso tra le priorità di ordine globale – e soprattutto quelle connesse al rafforzamento del rapporto con gli Stati Uniti – e quelle regionali, dove la capacità saudita di incidere sulle diverse dinamiche di crisi appare sempre più limitata.

In questa cornice, infine, si inserisce la notizia di un incontro organizzato intorno alla metà del mese di gennaio a Riyadh dal governo saudita, al quale hanno partecipato il consigliere per la sicurezza nazionale Musaed bin Mohammad al-Aiban, il capo dell’intelligence palestinese Majed Faraj e i vertici dei servizi segreti di Egitto e Giordania. La riunione avrebbe esplorato il tentativo di rafforzare la capacità e la credibilità dell’Autorità Nazionale Palestinese, al fine di offrire una soluzione alla crisi che consenta ai paesi della regione di dimostrare non solo il proprio ruolo nel sostegno alla popolazione di Gaza ma anche di prefigurare una transizione del controllo politico della Striscia in direzione di un’autorità di governo legittimata da una nuova leadership e capace di porsi come alternativa ad Hamas. Opzioni alquanto complesse allo stato attuale, stante il perdurare dei combattimenti, l’intransigenza del governo israeliano e, non ultimo, l’incognita relativa all’effettiva possibilità per l’ANP di rappresentare una reale forza politica capace di governare Gaza ed esserne riconosciuta come rappresentativa di un interesse unitario e collettivo della comunità palestinese.

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