ALGERIA: le valutazioni di Tebboune nell’attesa di annunciare una sua ricandidatura alle elezioni di dicembre

Tebboune

Nel mese di dicembre del 2024 si terranno le elezioni presidenziali algerine, e il presidente Abdelmajid Tebboune ha implicitamente annunciato una sua candidatura per un secondo mandato nel corso dell’intervento pronunciato dinanzi al parlamento lo scorso 25 dicembre, quando, dopo un invito da parte di numerosi deputati a ricandidarsi, il presidente ha laconicamente commentato la richiesta auspicando di “disporre di sufficiente salute” per considerare la richiesta. Non un annuncio formale, quindi, quanto piuttosto una concerta manifestazione di interesse, da valutarsi tuttavia sulla base delle complesse dinamiche dell’odierna politica interna ed estera algerina.

Le incognite delle elezioni del prossimo dicembre

Sebbene appaia evidente un interesse del presidente Tebboune per un secondo mandato presidenziale, l’ufficializzazione della sua candidatura e il lancio della campagna elettorale devono essere pianificate con attenzione sotto il profilo delle variabili di politica interna ed estera del paese.

L’opposizione politica, pur presente e spesso vocale, appare ancora caratterizzata da una sostanziale incapacità di definire non solo una reale struttura di leadership, quanto anche una concreta proposta politica, presentando in tal modo un quadro della politica domestica altamente favorevole al ruolo di quello che viene colloquialmente definito dalla società algerina come il “puvoir” (il “potere”), e quindi al sistema costruito dopo l’indipendenza intorno alle forze armate e al vertice del dominante Fronte di Liberazione Nazionale (FLN).

Il sistema politico algerino continua in tal modo ad essere dominato dai vertici delle forze armate e dal sodalizio tra queste e l’ormai anziana aristocrazia politica del FLN, che, sebbene in calo nelle ultime elezioni, è riuscita a mantenere di fatto il controllo maggioritario sulle principali istituzioni del paese. Si tratta tuttavia di un equilibrio fragile, caratterizzato da un forte malcontento sociale alimentato soprattutto dalla perdurante incapacità del governo di attuare le sempre più urgenti e ormai improcrastinabili riforme economiche atte a ridisegnare le strategie della spesa pubblica, degli investimenti e del rilancio del settore privato. Al contrario, tuttavia, il disegno di legge per il bilancio del 2024 continua a delineare una progettualità dell’economia algerina fortemente statica, caratterizzata da un forte incremento della spesa pubblica (114 miliardi di US$ di previsione), un ambizioso programma di spesa per la Difesa e il mantenimento di una strategia generale dell’economia imperniata principalmente sulle rendite dell’industria petrolifera, senza concrete capacità di favorire un’auspicata e necessaria diversificazione industriale.

Il paese è inoltre caratterizzato da una particolare forma di dualismo dell’esecutivo, costruito da una parte sulla figura dal primo ministro – Nadir Larbaoui, nominato nel novembre del 2023 – e dall’altra su quella del presidente e del suo staff di consiglieri, le prerogative dei quali sono state ampliate con un decreto esecutivo emanato dal presidente nel settembre del 2023, determinando tuttavia un quadro che ha già portato a conflitti con il gabinetto dei ministri presieduto dal primo ministro.

Non meno importanti le sfide sul piano delle relazioni internazionali, fortemente accentuate dal progressivo isolamento dell’Algeria sul piano regionale e dalla contestuale ricerca di una nuova narrativa per il rilancio della propria storica postura nel solco di un sempre più improbabile “non-allineamento”. Il deterioramento delle relazioni con il Marocco nel merito della questione del Sahara Occidentale ha portato alla definizione di un ambizioso piano di ammodernamento e potenziamento dell’apparato militare, senza tuttavia avviare alcuna iniziativa in direzione di una possibile soluzione di una crisi generata più nel solco di una disputa di prestigio regionale con Rabat che non sulla reale questione connessa all’indipendenza del popolo Saharawi. La regione del Sahel rappresenta un’incognita di grande importanza per l’Algeria, soprattutto alla luce delle recenti vicende che hanno interessato i mutamenti politici nel Mali e nel Niger, con la presa del potere da parte di giunte militari e gli incerti risultati di queste nel contrasto al dilagante ruolo delle organizzazioni jihadiste che operano lungo la linea di confine con l’Algeria.

La perdurante instabilità della Libia ha trasformato poi anche i confini orientali del paese in una regione di potenziale criticità, soprattutto in conseguenza della porosità dei confini e l’incrementale azione delle organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani e di armi.

Il conflitto a Gaza ha invece nuovamente esasperato i toni della tradizionale posizione di ostilità dell’Algeria nei confronti di Israele, caratterizzata dal tentativo del paese di porsi come baluardo della causa palestinese e come più vocale attore nella denuncia dell’operato delle forze armate israeliane contro la popolazione di Gaza e della Cisgiordania. Lo scorso 19 gennaio il ministro degli Esteri Ahmed Attaf ha duramente criticato l’azione intrapresa dal governo di Tel Aviv, affermando che l’azione militare in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso ha trasformato Gaza da “prigione di massa a cimitero di massa”, accusando Israele di voler attuare un vero e proprio “sterminio”. Le accuse si inseriscono le solco di una già pronunciata postura anti-isrealiana, transitata nel corso del più recente passato dall’adozione di leggi che rendono criminale il rapporto con il paese e che hanno visto lo stesso presidente Tebboune dedicare parte del proprio intervento all’ultima Assemblea Generale dell’ONU alla diretta condanna di Israele.

Se il contesto regionale appare in tal modo caratterizzato da una sostanziale percezione di isolamento nella prospettiva del governo di Algeri, non meno complessa si manifesta la posizione globale, la cui tradizionale impostazione in direzione del non-allineamento è stata da tempo di fatto alterata e abbandonata in funzione del sempre più intenso legame con la Russia e con la Cina, che, tuttavia, hanno frustrato le ambizioni dell’Algeria di aderire al consesso dei BRICS nella recente conferenza che ha sancito l’espansione del gruppo con cinque nuovi membri.

Circostanza di particolare rilevanza, invece, è rappresentata infine dall’elezione del paese lo scorso giugno nell’ambito dei membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per un mandato biennale che ha preso avvio nel corrente mese di gennaio. L’occasione si presenta propizia per trasformare questa partecipazione in un palco dal quale ergersi di fatto a portavoce del continente africano e di un suo maggiore peso in seno al Consiglio stesso, ma anche per rafforzare linee comuni con partner internazionali che condividono la condanna di Israele espressa dall’Algeria. In tale direzione si sono mosse le prime iniziative sin dall’avio del mandato in seno al Consiglio, con la richiesta lo scorso 12 gennaio di respingere il tentativo israeliano di espellere i palestinesi da Gaza e la reiterazione della proposta espressa dal presidente Tebboune in occasione dell’apertura dei lavori dell’Assemblea Generale lo scorso settembre per il pieno riconoscimento dell’adesione della Palestina all’ONU.

La questione palestinese, particolarmente sentita in seno alla società algerina, assumerà con ogni probabilità un peso crescente nell’azione del paese in sede ONU, più a fini strumentali di politica interna, tuttavia, che non in funzione di un reale esito nel merito della soluzione a due stati auspicata da buona parte della società internazionale. È anche altamente probabile che la questione palestinese venga posta in diretta correlazione con quella del Sahara Occidentale, anche in questo caso però più in funzione del nazionalismo algerino e della condanna del Marocco che non nella prospettiva di una pratica soluzione per l’autonomia regionale.

È quindi in tal contesto che il presidente Tebboune dovrà adesso cercare di costruire la credibilità di una sua ricandidatura, che, prima di essere ufficialmente annunciata, deve però necessariamente poter essere strutturata su un programma di politica economica e di politica estera in grado di conferire legittimità alla scelta e prospettive di successo alle prossime elezioni. Lo spettro di un ulteriore calo nei dati di affluenza alle urne, come costante manifestazione della disillusione del popolo algerino, rappresenta il principale pericolo che Tebboune intende scongiurare, guadagnando tempo e sfruttando le poche opportunità offerte dalla stagnazione economica e dal sempre più complesso contesto internazionale.

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