Capacità e limiti dell’Iran nella gestione del rapporto con le milizie irachene, dopo i nuovi attacchi della Resistenza Islamica in Iraq

2024 01 31 Iraq

La sera del 20 gennaio un attacco condotto attraverso l’impiego di missili balistici e razzi ha colpito la base americana di Al Asad nell’Iraq occidentale, provocando numerosi feriti. L’attacco è stato poco dopo rivendicato dalla formazione Resistenza Islamica in Iraq (IRI), che in realtà rappresenta l’ombrello di un sodalizio composto da più milizie nel 2023 e caratterizzate soprattutto da due elementi in comune: lo stretto rapporto con la Repubblica Islamica dell’Iran e la netta opposizione alla continuità della presenza americana in Iraq.

L’attacco del 20 gennaio è stato l’ultimo di una lunga serie di attacchi che in modo sempre più consistente hanno preso di mira la presenza militare americana in Iraq e Siria nel corso degli ultimi mesi, colpendo in modo fulmineo le basi dove è stanziato il personale americano attraverso l’utilizzo di razzi rudimentali ma anche di ben più sofisticati missili balistici.

Secondo quanto dichiarato dal comando delle forze USA nel paese, la maggior parte dei razzi e dei missili lanciati contro la base di Al Asad sarebbe stata intercettata e distrutta dai sistemi della difesa anti-aerea dislocati presso la base, ma alcuni ordigni avrebbero tuttavia eluso il sistema di difesa colpendo l’interno dell’infrastruttura e provocando gravi danni, oltre al ferimento di un numero imprecisato di soldati.

La sigla della Resistenza Islamica in Iraq (al-Muqawamat al-Islamiyah fi al-Iraq) è apparsa per la prima volta nel mese di ottobre del 2023, dopo che alcune milizie sciite irachene sembrano aver voluto aggregarsi per condurre un più coordinata azione militare contro le forze statunitensi presenti nel paese, nell’ambito di una più ampia e generale dimensione ideologica regionale che sostiene la causa palestinese, osteggia la politica israeliana e contrasta il ruolo degli Stati Uniti e dei suoi alleati.

Il gruppo ha già rivendicato oltre 20 attacchi dalla data della sua ufficializzazione, tanto in Iraq quanto in Siria, sebbene alquanto opaca resti ancora la natura del sodalizio, la sua composizione e le regole del suo funzionamento e coordinamento.

Gli Stati Uniti ritengono che la Resistenza Islamica in Iraq sia in realtà una formazione fittizia, costituita dall’Iran attraverso la partecipazione di alcune milizie che restano sostanzialmente autonome nella gestione delle loro attività, ma che si prestano a colpire la presenza americana nella regione al fine di non coinvolgere il modo diretto l’Iran, limitando in tal modo la capacità di risposta degli Stati Uniti e generando imbarazzo per lo stesso governo iracheno.

In particolar modo, secondo Washington, l’attacco del 20 gennaio contro la base di Al Asad sarebbe stato condotto dalla formazione di Kataib Hezbollah, che a sua volta è parte anche delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), in un intreccio di interessi nell’ambito del quale è arduo poter individuare una gerarchia e una linea di comando. Uno strumento, tuttavia, che gli Stati Uniti considerano indissolubilmente legato all’Iran, e sfruttato da questo per poter operare impunemente nella regione senza l’evidenza di una prova diretta che possa ricondurre le responsabilità in direzione di Tehran.

Al tempo stesso, se è certamente vero che numerose delle milizie irachene intrattengono stretti legami con il governo iraniano e il suo apparato militare, è altrettanto evidente come il rapporto di molte di queste milizie sia altamente pragmatico e strumentale nei confronti di Tehran. I cospicui finanziamenti e le forniture di armi da parte degli iraniani rappresentano un elemento centrale del legame tra le diverse componenti di questo insieme, così come la condivisione di alcuni principi ideologici e politici, e in particolare l’avversione al ruolo degli Stati Uniti e di Israele. Tuttavia, la gran parte delle milizie irachene reclama la propria autonomia decisionale in virtù dell’agenda strettamente domestica della propria visione strategica, che non sempre coincide con quella dell’Iran.

Non sorprende, quindi, come l’autonomia degli alleati regionali sia da tempo parte di un intenso e spesso conflittuale dibattito in seno alla politica iraniana, dove non in pochi si chiedono quanto sia sostenibile nel lungo periodo l’impegno politico e finanziario del paese in direzione di gruppi o paesi (i cosiddetti proxy) che tendono a diventare gradualmente sempre più autonomi e quindi meno inclini a rispettare quel tacito patto che è alla base della strategia della “difesa avanzata” concettualizzata nella visione strategica di Tehran.

Questa autonomia operativa, quindi, espone l’Iran sempre più spesso al rischio di conseguenze indesiderate, imponendo un coordinamento e un esercizio del proprio ruolo che la Repubblica Islamica sembra gestire in modo sempre più difficoltoso.

Un concreto esempio in tal senso è quello del successivo attacco condotto il 28 gennaio, sempre da Kataib Hezbollah, contro la base americana conosciuta come “Tower 22” in Giordania, in prossimità del confine con l’Iraq. Un drone armato, di fabbricazione iraniana, per ragioni ancora non chiarite non è stato intercettato dalla difesa aerea della base, colpendola e provocando la morte di tre militari statunitensi. Ancora una volta la rivendicazione dell’attacco è stata fatta sotto il nome della Resistenza Islamica in Iraq, sebbene subito dopo sia stato confermato come l’esecuzione fosse stata gestita in totale indipendenza da Kataib Hezbollah, dimostrando come la sigla dell’IRI rappresenti di fatto una mera facciata.

L’attacco alla Tower 22, tuttavia, ha indispettito tanto il governo iracheno quanto quello iraniano. Il primo perché ne dimostra l’incapacità di gestione delle sue stesse forze e l’assenza di un predominio politico sulla gestione della sicurezza, il secondo perché, con l’uccisione di tre soldati, porta gli Stati Uniti alla necessità di una risposta militare, con il rischio di innescare un’escalation capace progressivamente di raggiungere il territorio stesso dell’Iran.

Non ha stupito quindi come il 30 gennaio, a meno di ventiquattr’ore dall’attacco, il comandante delle Quds Force, generale Qaani, si sia precipitato a Bagdad convocando i vertici delle diverse milizie, chiedendo una sospensione immediata degli attacchi contro le basi statunitensi. Richiesta che è stata accolta da quasi tutte le principali sigle che a vario titolo interagiscono con l’Iran, ma che ha visto anche il rifiuto da parte di alcune della galassia più radicale, che hanno rigettato la richiesta iraniana ritenendola incompatibile con la propria visione strategica e con le prerogative ancora una volta del tutto domestiche che regolano l’operato delle milizie sciite irachene.

In tale contesto, la Resistenza Islamica in Iraq appare quindi come poco più che una sigla-ombrello, priva in realtà di un vero e proprio coordinamento operativo e soprattutto di una sua capacità centralizzata di comando, che certamente risponde da una parte alle prerogative di interesse dell’Iran ma che dall’altra resta saldamente ancorata all’autonomia e al perseguimento delle strategie locali dei singoli attori che compongono l’incerto sodalizio.

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