Al via il processo di selezione dei candidati per le elezioni presidenziali iraniane, tra conflitto generazionale e ambizioni degli ultra-radicali

Ahmadinejad

Sono stati chiusi il 3 giugno i termini per la presentazione delle candidature alle elezioni presidenziali del prossimo 28 giugno in Iran, e 81 candidati hanno sottoposto la propria domanda di partecipazione all’organo di gestione delle procedure di selezione interno al Consiglio dei Guardiani, il potente organo istituzionale che, tra i suoi compiti, dispone di quello dell’approvazione di ogni candidatura politica attraverso un processo di selezione alquanto opaco e spesso giudicato arbitrario.

Il Consiglio dei Guardiani è composto da 12 membri nominati per un periodo di sei anni, dei quali sei sono giuristi religiosi (faqih) nominati direttamente dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, e sei sono invece giuristi esperti in diversi campi del diritto, nominati dal vertice della Corte Suprema che, tuttavia, è a sua volta nominato dalla stessa Guida Suprema. La funzione principale del Consiglio è quella di vigilare sulla compatibilità delle leggi approvate dal Parlamento con la Costituzione e con i principi della religione islamica, con il potere di opporvi il veto qualora ne determini profili di incompatibilità sotto il profilo normativo e religioso. Una funzione non meno rilevante è invece quella del vaglio delle candidature elettorali, per le quali il Consiglio approva o nega in via definitiva la possibilità di concorrere dei singoli candidati, e la supervisione delle elezioni, che il Consiglio è poi chiamato ad approvare in via definitiva.

Il processo di selezione prevede la verifica dei requisiti essenziali richiesti dalla Costituzione e dalle leggi per concorrere alle elezioni, ma anche e soprattutto una valutazione morale e politica dei candidati che assume spesso connotati giudicati come arbitrari, configurando il Consiglio dei Guardiani di fatto come uno strumento dello status quo. In più occasioni le motivazioni per il respingimento delle candidature sono apparse vaghe o addirittura non comunicate ufficialmente, sollevando critiche tanto all’interno quanto all’esterno del paese, che determinano in tal modo una evidente delegittimazione del principio democratico delle elezioni che le autorità richiamano di sovente soprattutto nella comparazione con altri sistemi autoritari e verticisti della regione.

Nella gestione delle candidature per le elezioni presidenziali, in particolar modo, il criterio di selezione operato dal Consiglio dei Guardiani è stato tradizionalmente molto stringente, non solo limitando il numero dei candidati ma anche operando di frequente processi di squalifica mirati a favorire platealmente alcuni di essi, come fu ad esempio nel 2021 in occasione delle elezioni poi vinte dal defunto presidente Ebrahim Raisi.

Per quanto la Guida Suprema appaia in modo del tutto evidente come una sorta di arbitro primario nell’orientare il giudizio del Consiglio dei Guardiani, deve tuttavia essere sottolineato come tale potere sia tuttavia subordinato alla necessità di generare una piattaforma di consenso informale tra i principali vertici del sistema politico, economico e militare del paese, al fine di convergere su candidature che possano quindi godere del sostegno della maggioranza dell’apparato di potere. Non una decisione univoca e solitaria della Guida Suprema, quindi, come la vulgata occidentale tende spesso ad accreditare, quanto piuttosto un articolato processo negoziale volto a determinare la scelta di uno o più candidati oggettivamente dotati della possibilità di governare godendo poi del consenso politico, onde evitare il rischio – come più volte accaduto tanto nell’ambito delle legislature dominate dai conservatori quanto dai riformisti e dai pragmatici – di una presidenza eccessivamente polarizzata e quindi non dotata della necessaria capacità d’azione. Ne consegue come il processo di selezione dei candidati risulti fortemente influenzato dagli equilibri del momento nel contesto politico, presentandosi quindi in questa fase come altamente volatile e fazionalizzato in conseguenza del sempre più acceso scontro nella transizione generazionale tra la prima e la seconda generazione del potere.

Le prossime elezioni presidenziali, così come quelle parlamentari dello scorso 1° marzo, sono considerate di particolare rilevanza perché vedranno l’elezione di un presidente che potrebbe trovarsi a dover gestire la delicata questione della successione della Guida Suprema, che ha oggi 85 anni di età e non gode di buona salute. Una transizione che si preannuncia tutt’altro che agevole e che potrebbe serbare colpi di scena, come di fatto lo fu anche quella del 1989 tra la prima Guida Suprema, Ruollah Khomeini, e la seconda, Ali Khamenei, avvenuta attraverso un processo di riforma costituzionale che ha profondamente mutato il ruolo e il potere della Guida Suprema stessa.

In linea di principio, quindi, le dinamiche di queste elezioni imporrebbero al vertice politico iraniano di prima generazione di optare per il sostegno ad un “candidato di sistema”, come lo fu anche Raisi, per assicurare la possibilità di una transizione politica di vertice quanto meno traumatica e conflittuale possibile. Al tempo stesso, tuttavia, si pone per le autorità della Repubblica Islamica il problema dell’affluenza alle urne e di quella legittimità esteriore fornita dalla partecipazione degli elettori, che nelle ultime elezioni sono diminuiti drasticamente rispetto alle tradizionali medie del passato determinando imbarazzo e acuendo la sensazione di un progressivo quanto inesorabile scollamento della società dalle istituzioni e di una diffusa disillusione nei confronti del sistema stesso.

Questa ragione potrebbe spingere in tal modo l’establishment politico a valutare con attenzione e cautela l’ammissione di candidati di area riformista o pragmatica, certamente più graditi dalla gran parte del tessuto sociale più giovane e capaci di attrarre alle urne un maggior numero di elettori. Con il rischio, tuttavia, di favorire un plebiscito in direzione di questi candidati e alterare i difficili equilibri in cui si muove la polarizzata ed estremamente conflittuale politica del sistema conservatore.

Un dilemma di non trascurabile entità, che dovrà essere risolto entro il prossimo 11 giugno, quando il Consiglio dei Guardiani dovrà necessariamente emettere il proprio verdetto e comunicare agli iraniani quali degli 81 candidati che hanno presentato domanda è stato ritenuto idoneo per partecipare alle elezioni presidenziali.

Tra questi sono presenti numerosi volti noti della politica, tanto di area conservatrice quanto riformista e pragmatica, e tra loro spiccano l’ex presidente ultra-conservatore Mahmood Ahmadinejad, l’altrettanto ultra-conservatore Saeed Jalili, già negoziatore per gli accordi sul programma nucleare, l’ex generale dell’IRGC e oggi neo-eletto presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, il sindaco di Tehran Reza Zakani, l’ex vice-presidente dell’amministrazione Rohani, Eshaq Jahangiri, il politico di lungo corso Ali Larijani, l’ex governatore della Banca Centrale Abdolnaser Hemmati, l’ex generale dell’IRGC Vahid Haganian, e almeno quattro donne, Zoher Elahian, Hajar Chenarani e Rafat Bayat, di area conservatrice “principalista”, e Hamida Zarabadi, di area riformista. Nessuna donna è mai stata approvata per concorrere alle elezioni presidenziali in passato e le aspettative per una candidatura femminile restano anche in questa occasione estremamente contenute.

Di questi 81 almeno 46 è considerabile di area conservatrice, suddivisi in modo abbastanza omogeneo tra i tradizionalisti “principalisti” e gli ultra-radicali “paydari”, mentre per la restante parte è individuabile qualche nome riconducibile alle aree riformiste e pragmatiche, oltre a numerosi indipendenti per i quali non è agevole identificare una collocazione più precisa.

Non si sono invece registrati per le elezioni, infine, i tre principali nomi dell’area riformista e pragmatica, gli ex presidenti Khatami e Rohani e il popolare ex ministro degli esteri Zarif, che per giorni avevano alimentato le speranze tanto di un’ampia parte degli iraniani quanto di numerosi governi occidentali.

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