Il 20 luglio del 2024 ha segnato il cinquantesimo anniversario della guerra di Cipro, combattuta nel 1974 all’apice di un’intensa crisi che si concluse con lo sbarco delle forze turche sull’isola e la sua partizione in due entità distinte. Il conflitto ha rappresentato uno degli eventi più significativi e tragici della storia contemporanea dell’isola, determinando conseguenze ancor oggi visibili nella separazione tra la Repubblica di Cipro e la Repubblica Turca di Cipro Nord, riconosciuta dalla sola Turchia e di fatto rimasta una “zona grigia” che rappresenta ancor oggi un caso alquanto unico e complesso sotto il profilo dell’analisi politica.
Il conflitto del 1974, in realtà, costituì solo l’epilogo di una crisi dalle radici profonde, determinata dalle vicende che avevano interessato l’isola a partire dalla fine dell’800 con la trasformazione prima in protettorato britannico e poi in colonia.
La dominazione inglese aveva fortemente, quanto intenzionalmente, alterato gli storicamente pacifici rapporti tra le comunità greche e turche che da secoli coesistevano a Cipro e che, pur con tradizioni diverse tra loro, avevano convissuto senza particolari contrasti o episodi di violenza. Tra gli anni Venti e Sessanta dello scorso secolo, al contrario, la Gran Bretagna contribuì intenzionalmente ad alimentare le divisioni tra le due comunità, aprendo all’ingresso del nazionalismo greco e di quello turco, che determinarono una forte polarizzazione delle due comunità in direzione di un sentimento identitario con le rispettive madrepatrie.
Fu in particolar modo il nazionalismo greco ad affermarsi all’inizio degli anni Cinquanta, attraverso il ruolo di un’organizzazione, l’EOKA, il cui obiettivo era quello dell’integrazione di Cipro con la Grecia, la cosiddetta enosis, con l’inizio di una fase caratterizzata da crescenti violenze tanto contro gli inglesi quanto le comunità turco-cipriote.
Le tensioni tra le due principali comunità etniche dell’isola, i greco-ciprioti e i turco-ciprioti, aumentarono notevolmente. I greco-ciprioti, che costituivano circa il 77% della popolazione, aspiravano all’unificazione con la Grecia, mentre i turco-ciprioti, che rappresentavano circa il 18%, temevano per la loro sicurezza e i loro diritti in un’isola dominata dai greco-ciprioti.
Nel 1955, il movimento di indipendenza di Cipro, guidato dal gruppo paramilitare EOKA, iniziò una campagna contro il dominio britannico, culminando nell’indipendenza dell’isola nel 1960. Tuttavia, i problemi etnici e le rivalità politiche continuarono a imperversare. Negli anni ’60, vi furono episodi di violenza tra le due comunità e la situazione si deteriorò rapidamente, portando l’ONU nel 1964 a schierare una forza di pace per mantenere l’ordine.
L’intensificarsi delle violenze e del tentativo di integrazione dell’isola alla Grecia da parte dell’EOKA alimentò in seno alle comunità turco-cipriote il forte timore di una possibile espulsione dall’isola una volta completato il disegno nazionalista dei greco-ciprioti, determinando la nascita di organizzazioni nazionaliste turco-cipriote che ben presto vennero sostenute dal governo turco, con l’avvio di una nuova e ben più intensa fase di crisi.
Con l’indipendenza di Cipro dalla Gran Bretagna nel 1960 le tensioni aumentarono, mentre tre garanti internazionali (Turchia, Grecia e Gran Bretagna) avrebbero dovuto cercare di gestire gli equilibri locali in base alle disposizioni dei trattati di Zurigo e Londra, che vennero tuttavia sistematicamente disattesi.
Una nuova ondata di gravi violenze interessò quindi l’isola nel dicembre del 1963, dimostrando la fragilità e la debolezza del presidente Makarios, che aveva cercato di favorire un equilibrio tra le due comunità, mentre il ruolo di Grecia e Turchia si fece man mano più invasivo nelle dinamiche politiche locali.
Le violenze determinarono l’avvio di un dibattito politico sulla partizione dell’isola, sostenuto soprattutto dalla Turchia ma al quale si opponevano tenacemente i greco-ciprioti, e che fecero registrare le prime avvisaglie di un possibile interesse della Turchia per un intervento militare a Cipro, al quale si opposero con decisione gli Stati Uniti, guidati dal presidente Lyndon B. Johnson.
La situazione di Cipro risentì poi fortemente delle vicende politiche greche, che nel 1967 portarono al governo ad Atene una giunta militare di forte ispirazione nazionalista, che alimentò enormemente le già insostenibili tensioni sull’isola e arrivò a sostenere un golpe ai danni del governo Makarios nel 1974, attraverso il ruolo dell’EOKA.
Con la fuga di Makarios dall’isola, e la nomina di Nikos Sampson come presidente provvisorio, la crisi di Cipro entrò in un vortice che vide immediatamente la Turchia esercitare minacce di intervento e pretendere l’applicazione delle clausole di garanzia che erano state poste alla base dell’indipendenza del paese.
In risposta al colpo di Stato e al rifiuto della giunta dell’EOKA di accettare le richieste di Ankara, il 20 luglio 1974 la Turchia avviò l’Operazione Attila, invadendo Cipro con l’intento di proteggere la comunità turco-cipriota e riunificare l’isola sotto un governo federale. Le forze turche sbarcarono sulla costa nord dell’isola e conquistarono rapidamente una parte significativa del territorio.
La resistenza dei greco-ciprioti fu feroce, ma le forze armate turche erano superiori e in pochi giorni riuscirono a controllare circa il 37% dell’isola. Questo conflitto portò a un massiccio spostamento della popolazione, con oltre 200.000 greco-ciprioti che furono costretti a fuggire dalle loro case nel nord, mentre i turco-ciprioti si trasferirono verso il nord.
La guerra di Cipro del 1974 portò a una serie di conseguenze devastanti. La prima, ancor oggi evidente, fu la divisione permanente di Cipro in due distinte entità statuali, la Repubblica di Cipro, controllata dai greco-ciprioti nel sud, e la Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta solo dalla Turchia. La linea di demarcazione, nota come “Linea Verde”, fu istituita per separare le due comunità, e da allora assegnata al controllo da parte della missione ONU.
La guerra causò gravi sofferenze umane, mentre migliaia di persone furono uccise e molte altre sfollate, determinando insanabili contrasti nel merito delle proprietà, che ancor oggi risultano di impossibile definizione. Violazioni dei diritti umani furono perpetuate su entrambi i fronti, con atrocità che alimentarono rancori mai sopiti, e con reciproche accuse di massacri che generarono un numero elevato di dispersi. Fosse comuni sono state più volte individuate nel corso degli anni successivi al conflitto, alimentando il sospetto di ben più gravi crimini commessi nelle fasi più cruente del conflitto.
Nei quarant’anni che sono trascorsi dalla fine della guerra la separazione fisica delle due comunità ha permesso una pressoché definitiva cessazione delle violenze, senza tuttavia risolvere il problema politico della divisione dell’isola in due entità distinte. Un ostacolo verso i numerosi sforzi di conciliazione è stato rappresentato nel 1983 dalla decisione unilaterale delle autorità turco-cipriote di autoproclamarsi uno stato indipendente, venendo riconosciuti dalla sola Turchia e determinando una brusca interruzione del dialogo politico locale.
Sebbene numerosi tentativi di riavviare tale dialogo si siano registrati nel corso degli ultimi vent’anni, è ormai da sette anni che le due parti non sembrano mostrare particolare interesse verso la ripresa del processo negoziale, nonostante gli sforzi delle Nazioni Unite.
Un evidente fattore generazionale contribuisce ad ostacolare i tentativi di ripresa del dialogo nazionale. I giovani delle due comunità non hanno memoria del conflitto e delle sofferenze che aveva provocato, e sono meno permeati dal nazionalismo che aveva invece caratterizzato le generazioni precedenti, guardando con maggiore interesse alla possibilità di una soluzione e ponendo meno ostacoli al dialogo. La generazione del conflitto, al contrario, che continua ad esprimere una parte rilevante della classe dirigente in entrambi i contesti, è ancora profondamente condizionata dalla memoria della guerra, delle violenze e delle conseguenze sul piano pratico, legate soprattutto alla perdita delle proprietà immobiliari e terriere, mantenendo un profilo di ostilità che in sostanza tiene in ostaggio il futuro dell’isola e la sua possibile evoluzione in direzione di una piena pacificazione.
Pur con un pieno ritorno della pace, quindi, l’isola resta divisa da una cortina di filo spinato che delimita una terra di nessuno presidiata dall’ONU, costellata dalle ferite di una guerra che sono ancor oggi visibili e che paradossalmente costituiscono ormai una delle attrattive turistiche di Cipro, come nel caso del centro di Nicosia o del quartiere fantasma di Varosha, o Marash, nella parte meridionale della città di Famagosta.


